VIESTE (FG) – Non un semplice convegno, ma un esercizio collettivo di memoria civile. L’incontro “Giacomo Matteotti e Mauro Del Giudice: L’Idea che non muore”, promosso il 13 febbraio 2026 dalla Società di Storia Patria per la Puglia – sezione Gargano e dalla Lega Navale di Vieste, e patrocinato dal Comune, ha riportato al centro del dibattito pubblico le figure di Giacomo Matteotti e di Mauro Del Giudice, intrecciando storia nazionale e memoria locale in un dialogo serrato con le nuove generazioni.
A quasi 102 anni dall’assassinio del deputato socialista, rapito e ucciso il 10 giugno 1924 dopo aver denunciato in Parlamento le violenze e i brogli del partito fascista, il suo nome continua a dividere.
Ma a Vieste, venerdì 13 febbraio, è diventato soprattutto una chiave di lettura per interrogare il passato senza retorica.
L’ascolto delle canzoni popolari nate all’indomani della scomparsa di Matteotti e la recita della lirica del professor Raffaele Pennelli hanno creato un’atmosfera densa di emozione.
Un tuffo in un passato tragico, attraversato dalla violenza dello squadrismo fascista e dal coraggio di chi, come Matteotti, non esitò a denunciarne i soprusi.

La memoria ritrovata di Elena Matteotti
Ospite d’onore dell’incontro è stata Elena Matteotti, nipote del parlamentare. Il suo intervento ha evitato ogni tono celebrativo, scegliendo invece la via più difficile: quella dell’intimità familiare.
«Per anni – ha raccontato – il nome di mio nonno non è stato pronunciato in casa». Un silenzio nato dal dolore, forse dalla volontà di voltare pagina. Solo in età adulta, grazie al figlio Francesco e a un viaggio a Fratta Polesine, Elena ha iniziato a ricostruire quel legame interrotto. Archivi, lettere, testimonianze: da quel percorso è emersa non soltanto la figura pubblica di Matteotti, ma l’uomo, il marito, il padre.
La lettura delle lettere di Velia Titta, moglie del deputato, e l’ascolto di canti popolari nati dopo la sua morte hanno reso tangibile un passato spesso confinato nei manuali scolastici. «La memoria non è solo ricordare – ha sottolineato – è scegliere, è agire». Un messaggio rivolto in particolare agli studenti presenti in sala, invitati a non fermarsi alle “righe ufficiali” della storia.

Del Giudice, il magistrato isolato
Accanto alla figura di Matteotti, l’incontro ha riportato alla luce quella meno conosciuta ma decisiva di Mauro Del Giudice, il magistrato che tentò di spingersi oltre la verità di comodo nel processo per il delitto.
A ricostruirne la vicenda è stata la professoressa Teresa Maria Rauzino, presidente della sezione Gargano della Società di Storia Patria per la Puglia e autrice del volume “Mauro Del Giudice: il magistrato che fece tremare il Duce”.
Un lavoro minuzioso che racconta pressioni, trasferimenti e l’isolamento progressivo del giudice, “colpevole” di aver cercato di risalire ai mandanti politici dell’omicidio, fino ai vertici del nascente regime.
Allontanato dai centri decisionali, Del Giudice si ritirò proprio a Vieste, presso il fratello Luigi. Qui continuò a scrivere e a custodire memorie e documenti. Nel 1944, davanti al pretore della città, rese una testimonianza destinata a riaprire uno spiraglio sulla verità giudiziaria. Vieste non è stata dunque solo un rifugio, ma un luogo di resistenza civile silenziosa.

Un’Italia divisa dietro la retorica dell’unità
Michele Eugenio Di Carlo (Società di Storia Patria per la Puglia) ha ampliato lo sguardo, leggendo la vicenda di Del Giudice come una lente sull’intera storia nazionale. Dietro la retorica di un Paese compatto e pacificato, ha spiegato, si celava un’Italia attraversata da profonde fratture, soprattutto nel Mezzogiorno, ancora segnato dalle conseguenze dell’unificazione del 1861.
«Specie sotto il profilo letterario – ha osservato – l’Italia era più unita prima dell’unità politica che dopo». Una provocazione che ha acceso il dibattito, evidenziando come anche la produzione culturale possa diventare strumento di narrazione ufficiale, talvolta funzionale al potere.

Gli studenti e la sfida della conoscenza
Particolarmente significativa la presenza di numerosi giovani. In un’epoca dominata dai social media e da narrazioni rapide e semplificate, l’approfondimento storico è stato indicato come antidoto contro la distorsione e l’oblio.
L’iniziativa ha trasformato la sala affacciata sul mare in un laboratorio di cittadinanza attiva. Non celebrazione, ma confronto; non nostalgia, ma responsabilità.

La Bilancia: un simbolo che interroga la giustizia
Tra i momenti più intensi della mattinata, il dono consegnato a Elena Matteotti da parte della designer orafa di Peschici Giovanna Iervolino: un piccolo gioiello argenteo dal forte valore simbolico.
La bilancia – simbolo universale della giustizia – appare con le braccia perfettamente allineate, in un equilibrio solo apparente. Ma accade qualcosa di inatteso: il piatto vuoto pesa più di quello pieno, che contiene una perla naturale. Un paradosso visivo e morale. Il nulla sembra avere più peso della materia.

«All’inizio è il vuoto a prevalere: il silenzio, la convenienza, la paura», spiega l’artista. È l’immagine di una giustizia che, nei momenti più oscuri della storia, sembra soccombere sotto il peso dell’omertà e del potere. È ciò che accadde nel primo processo per l’omicidio Matteotti, quando il piatto vuoto – quello dell’omissione e della protezione politica – sembrò prevalere.
Eppure, nel piatto opposto, c’è una perla. Fragile, nata da una ferita, formata lentamente nel silenzio. Proprio per questo preziosa. La verità, suggerisce l’opera, può sembrare inizialmente più leggera, quasi invisibile. Ma esiste, cresce nel tempo, matura e acquista valore.
Il dialogo con il libro della professoressa Rauzino è evidente: nella vicenda di Del Giudice la giustizia non fu immediata, il potere sembrò vincere. Ma la verità non fu cancellata. Rimase, sedimentò, divenne memoria collettiva.
L’opera non rappresenta una giustizia trionfante, ma una giustizia messa alla prova, chiamata a scegliere se lasciarsi appesantire dal nulla o riconoscere il valore della perla. Nelle sue linee si intravede il profilo del Cristo risorto, richiamo a una dimensione superiore della coscienza, a un giudizio ultimo davanti al quale ogni giudice umano è chiamato a rispondere.
È un invito silenzioso a “tremare”. Non per paura, ma per responsabilità. Giudicare significa sostenere un peso immenso e decidere quale piatto far prevalere.
In un tempo in cui la giustizia è al centro del confronto pubblico, la Bilancia non offre risposte immediate. Offre silenzio. Chiede tempo, sofferenza, purezza.
Proprio come il valore di una perla.

Vieste, città della memoria
Camminare oggi per le strade di Vieste significa anche attraversare i luoghi in cui Del Giudice visse i suoi ultimi anni, scrivendo pagine amare ma necessarie. «La memoria non è scritta sui muri – ha osservato una delle intervenute – è nascosta nelle persone, negli archivi, nei silenzi».
Ma è necessario anche che la Storia sia visibile ai più, ed ecco l’invito di Franco Ruggieri agli studenti delle classi presenti a proseguire l’approfondimento nelle scuole, trasformando quanto ascoltato in occasione di studio e confronto. Li ha invitati a farsi promotori di un segno permanente di memoria cittadina: dedicare un’epigrafe a Mauro Del Giudice nei pressi della casa che fu la sua ultima residenza viestana.
L’incontro si è chiuso con un lungo applauso, segno di una partecipazione emotiva ma consapevole. Perché, come è stato ricordato più volte, si può uccidere un uomo, ma non le idee che porta con sé.
A un secolo dal delitto Matteotti, Vieste ha scelto di non limitarsi alla commemorazione. Ha scelto di interrogare la Storia. E, insieme, il proprio presente.


