Mi è toccato leggere, un po’ di qua, un po’ di là, delle strane, originalissime interpretazioni colorate fra il nero della destra-destra e il rosso della sinistra, sulla cacciata di Orban in Ungheria. È come voler forzare la natura cercando di cavare succo di limone dalle cime di rape. La sconfitta di Orban, dopo 16 anni al potere, ha segnato una svolta politica significativa, letta in maniera strampalata, e pensieri svolazzanti, da destra e sinistra. Paragoni che non reggono nella Storia Politica dell’Ungheria e nel corso delle sue tante “primavere”. Nella vittoria di Péter Magyar e nel record di affluenza, 78% di elettori, ci sono pochi parametri che possono essere assimilati alla “nostra” destra e sinistra. Come voler confondere i Repubblicani americani con i Repubblicani di La Malfa e Spadolini, oppure fare un unico fascio tra i Democratici americani e quelli italiani. Questo vale per Francia, Germania, Olanda, Inghilterra e via dicendo. In Ungheria è finito il governo dispotico e illiberale di Orban, amico di Trump e Putin. Con i nostri schemi mentali ed ideologici non c’azzecca nulla, se non per qualche riflesso europeo. In Ungheria, se vogliamo metterla sulla bilancia della vittoria/sconfitta, ha vinto una straordinaria mobilitazione di giovani portatori sani di aria nuova, pulita, che ha cancellato vecchie ideologie. Una scintilla del tutto nuova e diversa che ha spazzato via un populismo destrorso, logoro e corrotto. È stata la vittoria di un “liberale” contro il vecchiume identitario rappresentato da Orban.


