Lettera di Michele Panunzio in risposta all’Assessore alla Legalità del Comune di Foggia

A seguito del comunicato stampa del 13 settembre 2025 a firma dell’Assessore alla Legalità del Comune di Foggia, Giulio De Santis, dedicato all’anniversario dell’omicidio dell’imprenditore edile foggiano Nicola Ciuffreda avvenuto nel 1990, desidero rendere pubbliche alcune mie considerazioni.
Ho rispetto per la figura di Ciuffreda e ho sempre condiviso il dolore dei suoi familiari (alcuni dei quali li conosco fin da quando ero giovanissimo), per il suo brutale omicidio.
Tuttavia, al di là della morte tragica che ha accomunato mio padre a quella di Nicola Ciuffreda, noi dobbiamo guardare a ciò che in vita è stato fatto dall’uno e dall’altro, in modo del tutto oggettivo, poiché mio padre ha fatto i nomi dei suoi estorsori e li ha denunciati all’Autorità giudiziaria, mentre nel caso dell’imprenditore ricordato dall’Assessore De Santis queste cose non risultano documentalmente e le circostanze del suo omicidio non sono mai state oggetto di sentenza irrevocabile, poiché è sempre mancata l’individuazione dei suoi assassini.
Nel caso di Giovanni Panunzio, invece, sono stati individuati e condannati, con sentenza definitiva, gli estorsori appartenenti alle batterie mafiose di Foggia e l’esecutore materiale del suo omicidio, a seguito del quale, proprio sulla scorta delle sue denunce e della sua testimonianza è stata accertata per la prima volta la presenza della mafia a Foggia.
Tutto questo è stato reso possibile poiché mio padre ha giocato il tutto per tutto, si è messo contro la mafia, ha subito denunciato i suoi estorsori e ha interagito sempre e con totale dedizione con la Polizia di Stato per farli arrestare, fino al suo estremo sacrifico della vita, sacrificio compiuto anche per proteggere noi, suoi familiari.
Il comunicato stampa dell’Assessore alla Legalità, e di ciò me ne dispiaccio fortemente, non cita questo fondamentale contributo dato direttamente da mio padre nella lotta alla mafia foggiana, affermando che Ciuffreda denunciò i suoi estorsori, che dietro i due omicidi (il suo e quello di Panunzio) ci furono le stesse menti criminali, che la differenza tra l’omicidio di Ciuffreda e quello di Panunzio è data dalla reazione successiva alla loro morte, facendo riferimento in modo generico di un apporto dato dalla famiglia di Panunzio e dalla testimonianza resa da Mario Nero per far individuare mandanti ed esecutori.
Di quanto fatto in vita da mio padre, dalla prima telefonata estorsiva fino alla sua morte, l’Assessore, nel ricordare Ciuffreda, nulla dice.
No, Assessore De Santis, non andò così: gli estorsori di Panunzio vennero individuati e denunciati da Giovanni Panunzio quando egli era ancora vivo e a viso aperto, con coraggio e con la consapevolezza della pesante posta in gioco.
C’è dell’altro. L’Assessore De Santis, che cita e associa a sé in questo percorso di memoria l’Associazione Libera, la quale tramite alcuni suoi esponenti di Foggia ha già in passato e in questi giorni riportato cose analoghe a quanto detto dall’Assessore, con il suo comunicato stampa afferma che fu proprio la sentenza definitiva del processo per la morte di mio padre ad accertare il fatto che Nicola Ciuffreda sarebbe stato ucciso dalle stesse persone che uccisero Panunzio, affermazione che contrasta con il fatto che, in realtà, i mandanti ultimi dell’omicidio di mio padre sono rimasti ignoti, pur essendo maturato questo delitto in ambito mafioso, e con il fatto che non può essere affermato un parallelismo tra i due omicidi, al di là della loro esecuzione materiale, proprio alla luce di quanto fatto da mio padre prima di essere ucciso.
Qui non si tratta di valutare chi ha il defunto più importante, non siamo in una gara e darei tutto ciò che ho per riavere vivo mio padre, ma la storia non può essere modificata.
Prima ancora della mia testimonianza al processo “Panunzio” e di quella, bella e importante, di Mario Nero che fu decisiva per la condanna di chi sparò materialmente a mio padre, è stato Giovanni Panunzio in persona a incastrare i suoi estorsori, denunciando tutto questo nel corso dei suoi ultimi anni di vita e con la consapevolezza di ciò a cui rischiava di andare incontro.
Lo fece perché amava la vita, ma l’amava da uomo libero e che non poteva rinunciare alla sua dignità. Lo fece perché questo è stato accertato nelle Aule di giustizia e perché, in definitiva, a definirlo Vittima di mafia e Testimone di Coraggio non sono stato io, ma lo Stato italiano, ciò che sta al di sopra di tutti noi.
Se davvero nel 1992 ci fosse stata la consapevolezza del fatto che Ciuffreda era stato ucciso dalla mafia per il suo NO al pizzo, lo stesso Panunzio, la Polizia, la Procura della Repubblica e tutti gli Organi dello Stato si sarebbero mossi ancora più consci del pericolo incombente, per evitare una nuova morte di un imprenditore edile per mano della mafia.
Invece, all’epoca e ancora oggi, le circostanze della morte di Ciuffreda, a differenza di quanto scritto da ultimo dall’Assessore alla Legalità, non sono mai state accertate. Questa è la tragedia di quell’omicidio, che ha avuto un generale silenzio, le cui indagini non hanno potuto portare a nulla e che, quindi, non può essere accostato a quello di mio padre.
Indagate, allora, sul perché Ciuffreda è stato ucciso, risvegliate le coscienze, fate in modo che chi sa parli, questo dovete fare.
L’Assessore De Santis afferma che le indagini sulla sua morte di Ciuffreda vennero chiuse in fretta, quasi adombrando che furono chiuse troppo in fretta: in una società democratica e plurale il lavoro compiuto dagli Organi dello Stato può essere certamente sottoposto a critica, ma ciò deve essere fatto sempre sulla scorta di dati oggettivi.
La critica dell’Assessore alla Legalità ne è priva e invito De Santis ad andare a riprendere le motivazioni che portarono un valente Giudice del Tribunale di Foggia a disporre, su richiesta dell’allora Pubblico Ministero, l’archiviazione di quelle indagini per l’omicidio di Ciuffreda, motivazioni di cui parlarono compiutamente i giornali dell’epoca.
Ebbene, la storia della nostra città va ricostruita con rigore e metodo e la storia ha riconosciuto a Giovanni Panunzio, per ciò che ha fatto da vivo, la qualità di Vittima di mafia e di Testimone di Coraggio, una qualifica attribuita a mio padre, unico ad oggi a Foggia, dallo Stato italiano sulla base degli accertamenti contenuti in una sentenza divenuta definitiva.
Da figlio vi chiedo e vi dico: ogni volta che parlerete di mio padre, parlate correttamente della peculiarità della sua storia, storia che egli si è fatto da sé con le sue scelte, le sue decisioni, le sue denunce, oppure lasciate perdere. C’è già l’Associazione intitolata a lui, del resto, che svolge più che bene questo compito e alla quale ho affidato e affido il comune compito di ricordare come si deve mio padre.
Ciò detto, con tutto il rispetto per Nicola Ciuffreda e per il dolore dei suoi familiari, auspicando che un giorno possa essere fatta luce sulla sua tragica morte e sui responsabili, invito il Comune di Foggia a dare seguito concreto a queste mie parole, onorando come si deve la figura storica di mio padre.
Anche in tal caso la qualifica di Vittima di mafia e di Testimone di Coraggio non è una spilla da appuntarmi sul petto con vanagloria: ne farei volentieri a meno se, in cambio, potessi riavere mio padre vivo con me e i miei familiari.
Ciò che conta, infatti, è che quella qualifica è un onere e una responsabilità per me, per mia moglie che è stata accanto a lui e a me per i tre lunghi anni di estorsione e negli anni successivi alla morte di mio padre, per i miei familiari, per l’Associazione intitolata a Giovanni Panunzio, per tutta la Città di Foggia e per chi l’amministra, al fine di conquistare il tanto agognato riscatto dalla presenza mafiosa.
Quindi, la memoria va fatta e va fatta bene, tenendo conto dei precisi differenti fatti compiuti in vita da chi è stato riconosciuto quale Vittima di mafia e non con generici richiami che non servono a fare la storia del passato e a cambiare il presente, in vista di un futuro da consegnare ai nostri figli.
Tenendo presente il percorso specifico di vita di Giovanni Panunzio, come qualificato dallo Stato italiano, ci sono state persone uccise a Foggia per le quali non si è potuto accertare i motivi, i mandanti e gli autori dei loro omicidi: ci si chieda perché la città non ha parlato, poiché questo è il vero scandalo.
Mi rivolgo direttamente a voi politici: invece di dire che tutto è mafia, con la conseguenza che nulla è mafia, date alla nostra comunità un serio contributo per aiutarla (anche) a comprendere il passato, al fine di liberare il nostro futuro dalle catene della presenza mafiosa, appellandovi a tutti a quegli esempi accertati di testimonianza, di denuncia e coraggio.
In tal senso, e in particolare, desidero da ultimo sollevare la questione della piazza Panunzio e della stele dedicata a mio padre: da un mio accesso personale fatto presso l’ufficio di Toponomastica del Comune di Foggia, dopo alcune segnalazioni che mi erano state fatte, mi è stato riferito che non si è in grado di rintracciare la delibera ad hoc che, a suo tempo, sarebbe stata approvata per disporre l’intitolazione della piazza, sita presso il parcheggio ex Zuretti, a mio padre, ove si trova anche la stele a lui dedicata.
Voglio chiedere all’Assessore De Santis se ciò è vero e, nel caso lo fosse, invito formalmente lui, la Sindaca di Foggia, la Giunta e il Consiglio comunale a reperire subito un altro luogo adeguato in città da intitolare alla memoria di Giovanni Panunzio e dove porre la stele a lui dedicata: la Città di Foggia glielo deve.

Foggia, 16 settembre 2025
Michele Panunzio

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