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“La verità storica non si riscrive: la memoria di Giovanni Panunzio merita rispetto”

Lettera di Michele Panunzio in risposta a Giuseppe Ciuffreda.

Consigliato per te
Nello scorso mese di luglio, Giuseppe Ciuffreda, ho letto la tua lettera alla stampa locale di Foggia, così come, in precedenza, avevo letto un’intervista data da te alla stampa, e, pertanto, desidero una volta per tutte fare alcune precisazioni.

Come già ho avuto modo di dire a te, ai tuoi familiari e pubblicamente, rispetto moltissimo la sofferenza tua e della tua famiglia e la tragedia che ha colpito tuo padre, ma, allo stesso tempo, non posso che rimarcare il fatto che le storie dei nostri rispettivi genitori non sono sovrapponibili e hanno avuto percorsi differenti.

Tuo padre è stato ucciso e le circostanze del suo omicidio non sono mai state chiarite, così come non sono mai stati individuati i responsabili del suo omicidio e lo stesso è avvenuto per quanto riguarda l’omicidio di Francesco Marcone: le indagini, pur approfondite, non hanno mai portato a nulla.

Le tragedie che hanno colpito tuo padre, prima, e Marcone, poi, consistono nel medesimo fatto che non è mai stato possibile individuare contesto, movente e responsabili dei loro omicidi e chi sapeva non ha mai parlato. Con una spiccata particolarità, poi, per il caso delle indagini che hanno riguardato la morte di tuo padre e che, al tempo, vennero riportate dalla stampa trattando della loro archiviazione.

Ciò detto, la vicenda, in vita, di mio padre delinea invece una diversa traiettoria e, come ripeto sempre, nessuno in città ha mai contribuito a costruirsi da sé la propria storia come ha fatto Giovanni Panunzio, che ha deciso fin da subito di denunciare i suoi estorsori, li ha denunciati, non ha mai pagato alcun ‘pizzo’ e ha mantenuto la scelta fino alla morte, collaborando ad ampio raggio con le Forze dell’Ordine, fino a far arrestare già da vivo i suoi estorsori.

Giovanni Panunzio ha fatto tutto ciò fin dalla primissima richiesta estorsiva, è andato dalla Polizia e ha fatto denunce con nomi e cognomi e io stesso ho condiviso con lui l’inferno di ben tre anni sotto estorsione.

Mio padre ha documentato passo dopo passo la sua vita sotto il ricatto dei mafiosi e, pur spaventato, non si è mai tirato indietro, lasciando anche un puntiglioso memoriale scritto.

Dopo la sua morte, le indagini e il processo che ne seguì furono resi possibili in forza di tali denunce, mentre Mario Nero contribuì in modo decisivo ad individuare l’esecutore materiale del suo omicidio: ci tengo a ricordarti questo particolare, se già non lo sapevi, ma in questo caso saresti davvero male informato.

Gli estorsori vennero inchiodati alle loro responsabilità da mio padre, ricordalo bene, e anche grazie alla mia testimonianza in sede di processo.

Processo che, ti ricordo nuovamente, accertò per la prima volta l’esistenza della mafia a Foggia. Questo è stato il lascito del sangue innocente e del sacrificio di mio padre all’Italia: non dimenticarlo e, con te, non lo dimentichino quei soggetti, anche interessati, che hanno sguazzato dietro le tue parole con le loro volgari illazioni.

Ecco, ho deciso di scrivere questa lettera poiché sentivo davvero il dovere morale e civile di richiamare l'attenzione sulla vera memoria storica di mio padre, smentendo le falsità, anche tue, dette di recente o, comunque, in questi anni, per una memoria fondata su fatti, atti processuali e riconoscimenti ufficiali da parte dello Stato italiano, che non può essere alterata, reinterpretata o piegata a ricostruzioni prive di riscontro documentale.

La memoria di Giovanni Panunzio appartiene alla storia della lotta alla mafia del nostro Paese e, proprio per questo, merita di essere raccontata con il massimo rigore, nel rispetto della verità dei fatti e delle decisioni assunte dalle Istituzioni dello Stato. Nessuno può attribuirle interpretazioni inesatte o ricostruzioni che finiscano per alterane il significato, il valore e il sacrificio.

Per questo ritengo doveroso riportare il confronto sul terreno dei fatti, della documentazione e della verità storica e giudiziaria, evitando equivoci e sovrapposizioni tra vicende che, pur accomunate dalla sofferenza, hanno origini, percorsi e sviluppi profondamente diversi.

La storia di mio padre, Giovanni Panunzio, riconosciuto dallo Stato italiano come vittima di mafia, appartiene quindi a un percorso completamente differente dal vostro. Inoltre, la verità storica impone di ricordare che il fondamento dell'intera vicenda nasce soprattutto da ciò che Giovanni Panunzio fece quando era ancora in vita.

Con lui noi familiari, io, le mie sorelle e mia madre, abbiamo conosciuto sulla nostra pelle la paura, l'isolamento, i sacrifici e il prezzo altissimo che paga chi decide di affidarsi alle istituzioni e di sfidare la criminalità organizzata. Per queste ragioni ritengo profondamente scorretto sovrapporre o equiparare altre storie differenti rispetto a quella di mio padre.

Non si tratta di stabilire vittime di serie A e vittime di serie B, perché ogni dolore merita rispetto. Ma proprio il rispetto impone di preservare la verità storica e giudiziaria di ciascuna vicenda, senza alterazioni, senza forzature e senza ricostruzioni che rischiano di generare solo confusione.

Ogni vicenda possiede una propria identità, una propria specificità, un proprio percorso umano, giudiziario e istituzionale che merita di essere rispettato nella sua unicità. La storia di Giovanni Panunzio sta a sé, con i percorsi di altri Testimoni di Coraggio riconosciuti come tali dalle Istituzioni, perché fondata su un percorso di denunce, immedesimazione con lo Stato, sacrificio personale e riconoscimenti istituzionali che appartengono esclusivamente alla sua vicenda.

Assimilare realtà profondamente diverse significa alterare la verità dei fatti e compromettere il valore della memoria, che deve essere custodita con rigore, rispetto e responsabilità.

Ti sbagli, quindi, quando in modo grave e scorretto trascuri del tutto il contributo enorme ed essenziale dato direttamente da mio padre alla sentenza del maxi- processo Panunzio: da figlio non accetterò mai più errori di tal fatta e li riterrò, se di nuovo ripetuti, come voluti in modo malizioso e doloso, con tutte le conseguenze, anche legali, che ne deriveranno.

A Mario Nero, di cui ho pianto con mia moglie e le mie sorelle la morte prematura, sarò per sempre grato. Lui ha fatto condannare l’esecutore materiale che sparò quei colpi tragici a mio padre e, attenzione, Mario non era assolutamente un “collaboratore di giustizia”.

Con queste tue parole, così come riportate dai giornali, hai fatto un errore talmente grave da offendere pesantemente la sua memoria, lui che, in vita, si arrabbiava moltissimo quando lo definivano “collaboratore di giustizia” e non “testimone di giustizia”. Non devo spiegare la differenza sostanziale tra le due espressioni, poiché, immagino, chiunque sappia qualcosa di antimafia sa da sé la loro netta differenza.
Tienilo in mente per il futuro, per favore, e ricordalo sempre per il dovuto rispetto a Mario.

Devo, poi, chiedere un altro favore, a te e a chi ti ha eventualmente dato man forte: se dovete parlare di mio padre in termini non corretti o lesivi e sminuenti della sua memoria e di quello che egli ha fatto, evitate di parlarne.

Del resto, non ti ho mai sentito per oltre trent’anni parlare, soprattutto in pubblico, tu e i tuoi fratelli, di mio o di vostro padre, soprattutto con riguardo alla loro morte, e vi fate sentire solo da qualche tempo a questa parte. Perché?

La storia di Giovanni Panunzio è una, accertata e accertabile, in forza della quale lo Stato italiano, non noi familiari o chissà chi, lo ha riconosciuto quale Vittima innocente di mafia e Testimone di Coraggio, non certo per cavilli burocratici, privilegi e colpi di fortuna. Dietro il riconoscimento da parte dello Stato ci sono le denunce fatte espressamente da Giovanni Panunzio contro i mafiosi di Foggia, senza mai arretrare, da solo (avendo accanto noi familiari e gli Agenti della scorta), ricordiamolo sempre.

Davanti alla morte siamo tutti uguali, è vero, sono però le nostre vite e le scelte compiute in vita a dire chi siamo e chi siamo stati. Gli atti di mio padre parlano chiaro e non accetto più che vi siano persone a Foggia che sminuiscono o, addirittura, disconoscono quanto da lui fatto, questo deve essere ben chiaro.

Veniamo, ora, al tema della lotta alla mafia e della memoria antimafia.

E’ vero che il fronte della società sana, genuinamente antimafia (e, aggiungo, maggioritaria), a Foggia deve essere e rimanere unito. Tuttavia, le illazioni di cui la tua lettera è infarcita (illazioni così simili a quelle comparse sui canali social a firma di ben determinati soggetti) sono proprio la causa di queste divisioni che tu, contraddittoriamente, lamenti.

Lasciami dire, inoltre, che le tue parole descrivono in modo malevolo la nostra battaglia per la memoria vivente di mio padre, portata avanti insieme all’associazione che porta il suo nome, definendola di fatto come faziosa e partitica.

Sei certo libero di pensare ciò che vuoi, ma io, d’altra parte, ho il forte sospetto che a certuni dia fastidio il fatto che il nome di Giovanni Panunzio sia sempre stato lontano da logiche di potere e di partito, da interessi ramificati, da appropriazioni indegne e di comodo, quale ‘spilletta’ che qualcuno vorrebbe portarsi al bavero per ripulirsi una qualche cattiva coscienza.

Questo non succederà mai!

Giovanni Panunzio non appartiene solo a me o alla mia famiglia, ma a Foggia, all’Italia, agli uomini liberi e alle donne libere che combattono la mafia. Questo è il suo più grande testamento e noi lo onoreremo sempre, impedendo come familiari, anche duramente, che se ne faccia un uso inaccettabile od offensivo della sua memoria.

Con mia moglie Giovanna e con l’Associazione che porta il nome di mio padre abbiamo creato in questi anni uno spazio di libertà entro il quale mantenere viva la memoria di mio padre e ciò è la cosa che più mi rende orgoglioso.

Non dobbiamo ringraziare per questo nessuno e a nessuno permetteremo di intestarsi il merito della lotta alla mafia di mio padre, o il suo lascito.

Abbiamo collaborato, o cercato di collaborare, in nome di questa libertà con varie realtà della città di Foggia, di estrazione diversa, politiche e non e abbiamo criticato o rifiutato ciò che che ritenevamo incongruo rispetto a questa memoria vivente, senza guardare in faccia a nessuno.

Questo stesso scambio di lettere tra noi, del resto, non ha un semplice valore privato, ma ha al suo centro un tema che ritengo cruciale per Foggia (e non solo per Foggia) oggi: quello del senso più profondo del fare antimafia.

Insieme ai miei familiari e all’Associazione Panunzio riteniamo in modo sempre più convinto, infatti, che vi siano gruppi e soggetti interessati a controllare in qualche modo la memoria antimafia, soprattutto nel nome di mio padre.

Aggiungo, del resto, che in via d’ipotesi la memoria antimafia, se usata in modo distorto, crea consenso, potere, favorisce il voto di opinione, la visibilità politica e la cattiva coscienza. Ma tutto questo noi non lo permetteremo mai.

Come ti ho già detto, per oltre trent’anni non ho mai avuto il piacere di sentire te e i tuoi familiari su questi temi e sulla morte di tuo padre e, invece, oggi intervieni pubblicamente come se l’avessi sempre fatto.

Intervieni sulla questione di Piazza Panunzio e sulla stele dedicata a mio padre, definisci in modo sottilmente malevolo queste intitolazioni e la sede concessa all’Associazione Panunzio come una sorta di privilegi (trascurando l’opera di volontariato portata avanti da mia moglie Giovanna e, oggi, dalla stessa Associazione intitolata a mio padre), intervieni a difendere il lavoro del ‘primo assessore alla legalità’ del Comune di Foggia. A quale titolo?

Desidero, per prima cosa, ribadire un principio che per tutti noi è sempre stato fondamentale: non abbiamo mai chiesto né ricevuto privilegi di alcun tipo. I riconoscimenti conferiti dallo Stato italiano a Giovanni Panunzio non costituiscono, come tu dici, ‘privilegi’, ma rappresentano il doveroso esito di un rigoroso percorso istituzionale fondato su denunce, atti processuali, collaborazione con la magistratura, con le forze dell'ordine e su riscontri oggettivi.

Essi testimoniano il sacrificio di un uomo che ha scelto di servire lo Stato fino a pagarne il prezzo più alto con la propria vita. Proprio per questo ritengo che anche i luoghi della memoria debbano essere all'altezza del valore che lo rappresentano. Allo stesso tempo, però, con le mie sorelle rinuncerei immediatamente a quelli che indichi come privilegi per riavere mio padre vivo!

Per quanto riguarda la stele dedicata a Giovanni Panunzio e la piazza a lui intitolata, senza entrare ora nel merito specifico delle questioni che riguardano la gestione dell'area, ritengo sia necessario e giusto avviare una riflessione affinché la stele venga trasferita e collocata in un luogo pubblico realmente idoneo, decoroso, stabile e pienamente fruibile dalla collettività. La memoria di Giovanni Panunzio merita uno spazio autenticamente pubblico e non, di fatto, privato, capace di rappresentare nel tempo un simbolo permanente di legalità, giustizia e coraggio civile.

Difendere questa verità non significa rivendicare privilegi, ma custodire un patrimonio di memoria, legalità e giustizia che appartiene all'intera comunità. È un dovere morale nei confronti di mio padre, della mia famiglia, delle Istituzioni che lo hanno riconosciuto come Vittima innocente di mafia e delle nuove generazioni, affinché conoscano questa storia per ciò che realmente è stata, nel pieno rispetto della verità, della giustizia e della memoria.

L’Associazione intitolata a Panunzio e noi familiari ci siamo confrontati a lungo su tali questioni, nonché sul tema della sede inagibile dell'Associazione Panunzio stessa e sul gramo (fino ad oggi) destino del bene confiscato intitolato a mio padre.

Lo abbiamo fatto per mesi e mesi con l’Assessore De Santis, con altri Amministratori e politici della città, con la Commissione Territorio (che ringrazio per la sua attenzione), con i Prefetti e funzionari che si sono succeduti a Foggia, esaminando con loro tutte tali questioni punto per punto, affrontandone le implicazioni e obiezioni e, alla fine, prendendo la nostra chiara posizione.
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Tu, quindi, che non ti sei mai confrontato con noi e con i soggetti appena menzionati, arrivi oggi a dire la tua con tutta, permettimi di dire (poiché il mio giudizio è ben motivato), la superficialità del caso. Lo stesso vale per il giudizio sull’operato dell’Assessore De Santis, con il quale abbiamo avuto lunghi confronti e, pertanto, le articolate critiche che gli abbiamo formulato sono tutte circostanziate e supportate da elementi oggettivi. Su tutto ciò, peraltro, l'Associazione Panunzio potrà dire di più e meglio.

Per chiudere, dico a te e rispondo anche ad una intervista data da te alla stampa tempo fa, ribadendo quanto ho affermato qui e dicendo anche che non ho intenzione per il futuro di tornare a ripetere cose che ritengo ovvie.

Se vorrai, con i tuoi familiari, potrete e potremo tirar fuori l’ordinanza di archiviazione delle indagini per l’omicidio di tuo padre, leggerla e rifletterci sopra pubblicamente, per un momento di ricostruzione storica e di riflessione sui temi che da tempo sto andando a proporre.

Mi auguro che la mia proposta potrà da voi essere accolta, sicuramente voi avete il testo integrale dell’ordinanza della Giudice D’Alessandro e potremo leggerla e discuterne in pubblico. Attendo un tuo cenno di conferma.

Foggia, 18 agosto 2026
Michele Panunzio

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