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Marcinelle, settant’anni dopo: quando la memoria diventa una patria

Di Teresa Maria Rauzino.

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Ci sono tragedie che appartengono alla storia e tragedie che, invece, continuano ad abitare la memoria delle persone.

Marcinelle è una di queste.

L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, morirono 262 minatori. Di loro, 136 erano italiani. Non fu soltanto una tragedia del lavoro. Fu una ferita profonda nella storia dell’emigrazione italiana, e meridionale in particolare. Una ferita che attraversò famiglie, paesi, comunità, generazioni.

A sessant’anni di distanza, una discussione nata quasi casualmente sui social network riesce a restituire a quella vicenda qualcosa che spesso la storia ufficiale finisce per perdere: la voce degli uomini e delle donne che quella storia l’hanno vissuta sulla propria pelle. È questo, forse, il valore più autentico della memoria condivisa.

Michele Eugenio Di Carlo racconta di essere cresciuto a Milmort, nella periferia di Liegi, a pochi passi da una miniera. Aveva appena un anno quando Marcinelle accadde. Troppo piccolo per ricordare la tragedia, abbastanza vicino da portarne per tutta la vita le conseguenze emotive. Suo padre era un minatore. La miniera, dunque, non era un’immagine sui giornali. Era il luogo verso cui partivano gli uomini ogni mattina. Era il lavoro dei padri, la paura delle famiglie, il rumore dei treni, la polvere, la fatica. Era una presenza quotidiana.

Ed è proprio qui che la grande storia incontra la piccola storia. Marcinelle non è soltanto il numero dei morti. Sono anche i figli che aspettavano il ritorno del padre. Sono le mogli che vivevano con l’ansia di una telefonata. Sono i ragazzi italiani cresciuti in Belgio, sospesi tra due lingue, due culture, due appartenenze. Sono i paesi del Gargano svuotati di giovani uomini e donne partiti per cercare altrove ciò che la propria terra non riusciva a garantire.

È una storia italiana che spesso abbiamo raccontato poco e male. Per troppo tempo abbiamo parlato dell’emigrazione come di un destino inevitabile, quasi naturale. Ma milioni di italiani non partirono perché desideravano conoscere il mondo. Partirono perché avevano bisogno di lavorare. E per molti meridionali l’emigrazione fu una delle tante conseguenze di una frattura economica e sociale che attraversava il Paese.

Nel dibattito emerge una frase particolarmente dura: «i contadini del Sud sono sempre stati venduti al miglior offerente». È una formula polemica, forse persino eccessiva, ma contiene una domanda che non possiamo eludere: quanto è costato al Mezzogiorno il processo di sviluppo italiano? Il carbone belga serviva all’industrializzazione. E nelle miniere belghe scesero migliaia di italiani, moltissimi provenienti dal Sud. Uomini che esportarono forza lavoro, coraggio e sacrificio e che, attraverso le rimesse, continuarono in qualche modo a sostenere le famiglie rimaste in Italia.

Il paradosso è evidente: mentre l’Italia costruiva il proprio sviluppo, una parte dei suoi cittadini costruiva altrove la propria possibilità di sopravvivere. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare la storia degli italiani in Belgio soltanto nella storia delle vittime.

Nel racconto di Di Carlo c’è anche un’altra verità: quella dell’integrazione. Italiani, belgi, polacchi che giocavano insieme; famiglie che si costruivano una vita; bambini che crescevano parlando una lingua a casa e un’altra fuori; nonni che insegnavano la cucina italiana; nipoti che, molti anni dopo, passeggiando nei luoghi delle vecchie miniere, continuavano a pensare al nonno minatore. È la storia di un’Italia emigrata che non si è limitata a sopravvivere. Ha messo radici. Ha costruito famiglie. Ha creato comunità. Ha contribuito allo sviluppo dei Paesi che l’avevano accolta. E, nello stesso tempo, ha conservato dentro di sé una nostalgia tenace per i luoghi da cui era partita.

La testimonianza di Valérie Tantimonaco, nipote di un minatore viestano, è forse una delle immagini più belle di questa complessità. Il nonno aveva sempre sognato di tornare a Vieste. La nonna aveva scelto di rimanere in Belgio per stare vicino alla famiglia. Lei, cresciuta tra italiano e francese, da ragazza sognava di vivere in Italia. Due Paesi dentro la stessa famiglia. Due appartenenze che non necessariamente si escludono. E poi c’è Gabriel Michel, un bambino di quattro anni che, con il suo nome, continua inconsapevolmente una memoria familiare. È così che la storia sopravvive. Non nei monumenti soltanto, ma nei nomi. Non nelle celebrazioni soltanto, ma nelle cucine. Non nei libri soltanto, ma nei racconti dei nonni. E tuttavia il dibattito contiene anche una necessaria correzione a qualsiasi lettura troppo rassicurante dell’integrazione.

Domenico Colasanzio ricorda il pregiudizio, le difficoltà, la durezza dell’accoglienza. Lena Ridolfi racconta invece una generazione successiva, ma anche il lavoro del padre Pasquale, impegnato nella tutela dei minatori e nella conquista di diritti previdenziali per chi aveva pagato con la salute il proprio lavoro in miniera.

Sono testimonianze che non si contraddicono. Ci dicono piuttosto che la storia dell’emigrazione non può essere racchiusa in una sola formula. Ci furono discriminazioni e solidarietà. Sfruttamento e integrazione. Solitudine e comunità. Nostalgia e nuove radici. Ci furono italiani che tornarono e italiani che non tornarono mai più. Ci furono figli che si sentirono italiani, altri che si sentirono belgi, altri ancora che impararono semplicemente a vivere dentro entrambe le identità. È questa pluralità che rende la memoria vera.

E forse è proprio per questo che il confronto nato qualche anno fa su Facebook da un post di Michele Lauriola e pubblicato da Geppe Inserra su Lettere Meridiane ha un valore che va oltre il social network.

In un’epoca nella quale siamo abituati a considerare i social luoghi di superficialità, polemica e divisione, quelle testimonianze dimostrano che possono diventare anche archivi popolari. Una fotografia ritrovata. Il ricordo di un padre. Il nome di una strada. Una vecchia miniera trasformata in parco. Una parola francese ricordata dopo sessant’anni. Una nonna malata di Alzheimer alla quale una nipote prova a restituire la propria stessa memoria.

Questa è public history nel suo significato più umano: la storia che non scende dall’alto verso il basso, ma risale dal basso verso la storia. Marcinelle ci obbliga anche a guardarci allo specchio. Perché nel dibattito compare inevitabilmente il tema dei migranti di oggi. Il paragone non può essere meccanico. Le epoche sono diverse, le condizioni geopolitiche sono diverse, le motivazioni individuali sono diverse.

Ma esiste una continuità che sarebbe ipocrita ignorare: quella di chi lascia la propria terra perché spera di trovare altrove una vita possibile. Gli italiani che partivano per l’America, per il Belgio, per la Germania o per il Nord Italia non erano figure astratte. Erano padri, madri, figli, fratelli. Avevano paura. Avevano nostalgia. Avevano spesso poca scelta. Esattamente come accade oggi a milioni di persone nel mondo, pur dentro vicende storiche profondamente differenti.

La memoria di Marcinelle, allora, non dovrebbe servire soltanto a dire «onore ai minatori italiani». Quella frase è giusta, necessaria, doverosa. Ma non basta. Onorare quei minatori significa anche ricordare perché partirono. Significa ricordare le condizioni nelle quali lavorarono. Significa interrogarsi sul valore che attribuiamo alla vita e alla salute di chi lavora. Significa non trasformare l’emigrazione in una cartolina nostalgica fatta di valigie, fotografie in bianco e nero e partenze dalla stazione.

Dietro ogni valigia c’era una storia. Dietro ogni minatore c’era una famiglia. Dietro ogni rimessa inviata in Italia c’era un sacrificio. E dietro ogni uomo che non tornò dalla miniera c’era un futuro che non sarebbe mai più stato possibile.

Forse il vero significato di Marcinelle sta proprio qui. Non soltanto nel ricordare i morti, ma nel restituire dignità ai vivi che continuarono dopo di loro. Ai padri. Alle madri. Ai figli cresciuti lontano. Ai nonni rimasti nei racconti. A quelle comunità del Gargano che, come tante altre comunità meridionali, hanno disperso una parte di sé nel mondo e hanno ricevuto dal mondo una parte della propria identità.

La vecchia miniera di Milmort oggi non c’è più. Dove un tempo si scavava carbone, oggi c’è un parco. È una delle immagini più potenti con cui possiamo concludere questa storia. La miniera è scomparsa. La memoria no. E forse il compito della nostra generazione è proprio questo: impedire che quelle vite diventino soltanto numeri. Perché 262 non è soltanto il numero dei morti di Marcinelle. Sono 262 storie. E dentro ciascuna di quelle storie c’è un pezzo della storia d’Italia.


PS. Un dibattito in ricordo del 70° della tragedia di Marcinelle si è tenuto a Vieste, l’ 8 agosto 2026 nella sede della Lega Navale, con Franco Ruggieri, Michele Eugenio Di Carlo (Società Storia Patria per la Puglia Sezione Gargano) e alcuni testimoni di questa vicenda…Un frammento dell’incontro nel video by Bellissima Vieste

https://www.facebook.com/share/v/18x2Jnvn8N/

L’articolo di Geppe Inserra, Marcinelle Gargano è in Lettere Meridiane:

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