Luigi Russo torna con “Vedere con altri occhi”: nuova tappa a Vico del Gargano

VICO DEL GARGANO (FG) – Dopo la presentazione avvenuta lo scorso 29 luglio a Cagnano Varano, Luigi Russo torna a condividere il suo originale progetto editoriale “Vedere con altri occhi”, questa volta nell’Oratorio parrocchiale “Don Pino Puglisi” di Largo Monastero, a Vico del Gargano domenica 3 agosto 2025. Ad intervistare Russo sarà il giornalista Aldo Giorgio Salvatori, interverranno anche Gianmarco Dattoli e Don Gabriele Giordano. Il libro, che punta sul tema della fotografia e dell’intelligenza artificiale, con 30 scatti dell’autore commentati con ChatGPT, continua a stimolare riflessioni sulla percezione e il ruolo della tecnologia nell’interpretazione dell’arte.

Una formazione accademica in Scienze Naturali, oltre vent’anni nella gestione di aree naturali protette, curando progetti di conservazione, ricerca faunistica, educazione ambientale e anche sistemi informativi territoriali, e una passione consolidata per la fotografia fanno da sfondo all’approccio di Russo. Come ha descritto durante la presentazione a Cagnano Varano, moderata dal giornalista Valerio Agricola, Russo ha selezionato 30 fotografie e le ha sottoposte all’interpretazione libera dell’intelligenza artificiale, che le ha commentate con analisi autonome, prive di indicazioni preventive.

Nella presentazione del suo libro a Vico del Gargano, Russo riprenderà a parlare il suo “dialogo” con l’IA, i momenti di sorpresa, le connessioni poetiche emerse e le domande che questo esperimento ha suscitato: può l’IA cogliere la bellezza? Qual è il ruolo dell’autore? Come reagisce il lettore davanti a uno sguardo “altro”?

“Vedere con altri occhi” non è solo una pubblicazione, ma uno spazio di riflessione partecipata, adatto anche ai contesti scolastici e formativi. L’autore, come ha sottolineato, invita il lettore a rallentare, osservare con attenzione e confrontarsi con l’interpretazione proposta dall’intelligenza artificiale.


Intervista a Luigi Russo

Luigi, leggendo il tuo libro si avverte una forte connessione tra natura, fotografia e intelligenza artificiale. Tre ambiti che sembrano molto diversi. Come nasce questo tuo sguardo così trasversale?
È una sintesi che si è formata nel tempo, ma che ha radici profonde. La mia formazione accademica è in Scienze Naturali, ho lavorato per oltre vent’anni nella gestione di aree naturali protette, curando progetti di conservazione, ricerca faunistica, educazione ambientale e anche sistemi informativi territoriali. In parallelo ho sempre coltivato la fotografia, prima come mezzo di documentazione scientifica, poi come linguaggio espressivo autonomo. L’interesse per l’informatica nasce anch’esso da lontano: negli anni ’80 già lavoravo su database e modelli predittivi per il Ministero dell’Ambiente. Tutto questo, oggi, si è fuso nel mio modo di guardare e di raccontare: un approccio che unisce rigore, sensibilità e curiosità per il nuovo.

Come nasce l’idea di questo libro?
È nata da una curiosità. Ho sempre cercato di fissare nelle immagini l’emozione che provo davanti a un paesaggio, un dettaglio, una forma naturale. A un certo punto ho pensato: “Cosa succede se affido queste immagini a un’intelligenza artificiale? Che cosa ci vede lei?”. È stato l’inizio di un esperimento sorprendente.

Quindi è un dialogo tra te e l’intelligenza artificiale?
Esattamente. Ho selezionato una serie di mie fotografie e le ho proposte a un modello di IA senza alcuna spiegazione o suggerimento. Ogni volta, l’IA ha restituito un commento da cui traspare un’analisi attenta e analitica, ma anche la capacità di cogliere aspetti poetici e artistici.

Hai scelto di non guidare l’IA. Perché?
Perché volevo una sperimentazione autentica. L’IA non è stata addestrata sulle mie intenzioni né sulle mie emozioni. Le risposte sono libere, non filtrate. E proprio per questo sorprendenti, a volte disorientanti, mai banali.

Cosa ti ha colpito di più leggendo quei commenti?
La capacità dell’IA di cogliere connessioni, simboli, metafore, ma anche la sua spontaneità nell’interpretare ciò che vede. È importante dire che l’IA (tranne che in tre casi dove dal titolo della foto ha potuto individuare la località) non ha potuto disporre delle informazioni da cui dedurre il contesto: non sa dove o quando è stata scattata una foto, né che cosa rappresenta esattamente. Quindi analizza e interpreta la foto totalmente scevra da condizionamenti.

Il lettore entra anche lui in questo processo?
Sì. Il libro non offre risposte, ma solleva domande: chi interpreta davvero un’immagine? Che ruolo ha l’autore? L’IA può cogliere la bellezza? Il lettore è invitato a riflettere sul senso stesso dello sguardo. Siamo spesso abituati, nell’osservare una fotografia, a cogliere rapidamente ciò che ci colpisce, senza soffermarci davvero a guardarla. Il commento dell’IA ci invita invece a rallentare, a confrontarci con l’interpretazione che propone, a esprimere un nostro giudizio. E questo processo coinvolge innanzitutto l’autore della foto, che può cogliere elementi nuovi — positivi o critici — e diventare più consapevole del significato profondo della propria opera.

Quindi qual è stata la tua reazione ai commenti? In fondo sono tutti
piuttosto lusinghieri, tanto che nel libro chiedi tu stesso all’IA se non sia, in fondo, un po’ compiacente.

Infatti. È una domanda che mi sono posto proprio man mano che prendevo consapevolezza del mio lavoro. È una questione complessa. L’esperimento è nato selezionando, dal mio archivio, fotografie molto diverse tra loro, ma comunque già scelte per un’eventuale pubblicazione o progetto. Non mi ha sorpreso, quindi, che l’IA non abbia evidenziato errori o aspetti critici nelle immagini. Tuttavia, come sottolineo anche nel libro, è legittimo che nel lettore sorga il dubbio: i commenti sono sempre così positivi perché l’IA è compiacente? O perché non ha strumenti per valutare criticamente? È una delle domande che rendono questo esperimento aperto, e non conclusivo.

Nel libro si parla di emozione, equilibrio, forma. Che ruolo ha la bellezza?
Centrale. La bellezza, per me, è una forma di verità che si manifesta
nell’armonia della natura, anche nei suoi dettagli più silenziosi. L’IA, in questo progetto, aiuta a percepirla e ci obbliga a guardare con più attenzione.

Il libro è accessibile a tutti?
Assolutamente sì. Pur affrontando un tema complesso, come quello del rapporto tra arte, IA e percezione, ho voluto mantenere una forma semplice, dialogica. È un libro che si può leggere con leggerezza, ma che apre spazi profondi di riflessione.

Le immagini hanno un ruolo forte. Come le hai scelte?
Sono foto scelte nel mio archivio. Le ho selezionate tra quelle che
personalmente ritengo valide e per le quali ricordo ancora l’emozione dello scatto. Sono immagini nate dal silenzio, dalla luce, dalla meraviglia del dettaglio. Ho scelto quelle che più esprimevano un equilibrio tra forma e intuizione poetica.

Diresti che è anche un libro innovativo?
Penso di sì. Proporre un dialogo tra intelligenza artificiale e arte visiva non è frequente. In questo libro l’IA non è uno strumento tecnico, ma un interlocutore culturale. È una proposta nuova, aperta, che unisce linguaggi diversi.

E il lettore? Come può partecipare?
Il formato stesso invita al coinvolgimento. Chi legge può confrontare le proprie impressioni con quelle dell’IA. A volte si troverà in sintonia, altre volte in contrasto. Ed è proprio in quel confronto che nasce il senso.

Può avere anche un ruolo educativo?
Certamente. È un libro che può essere utilizzato in ambito scolastico o formativo per affrontare temi come la percezione visiva, il linguaggio delle immagini, o il rapporto uomo/macchina. Può stimolare discussione, confronto, curiosità.

Non possiamo ignorare l’attualità del tema…
L’IA è oggi al centro di molti dibattiti. Ma in questo libro ho scelto un
approccio diverso. Accetto l’IA come un interlocutore terzo, altro da me e dagli altri. Un interlocutore senza ideologie, che analizza e commenta sempre applicando la stessa modalità.

Cioè? Hai compreso come l’IA procede ad analizzare le fotografie?
Nella seconda parte del libro provo a fare questo. Ma con un approccio diverso dal solito: chiedo all’IA di spiegare come lavora. Ne è nato un dialogo ancora più sorprendente. L’IA ha risposto alle mie domande con un linguaggio chiaro e semplice e ha dettagliatamente spiegato come lavora.

Un libro, quindi, che pone domande. Quale per te quella centrale?
Più che una domanda, è una convinzione: la fotografia non rappresenta la realtà, ma ciò che ognuno di noi percepisce guardando l’immagine. Per questo è interessante chiedersi cosa “vede” un’intelligenza artificiale in una foto: uno sguardo esterno, privo di emozioni, ricordi o aspettative.

E la domanda finale?
Quella è rivolta a tutti noi. È un invito a non dimenticare che l’intelligenza artificiale è uno strumento, non un soggetto.
Dobbiamo mantenere chiara la distinzione dei ruoli: l’IA non va idealizzata né temuta, ma compresa e governata. Siamo noi a darle forma, siamo noi a decidere come usarla. Il rischio più grande non è l’IA, ma la nostra eventuale rinuncia alla responsabilità. L’IA è una creazione; noi restiamo i creatori. E questo ruolo non va mai dimenticato.

Grazie Luigi. Un libro che è anche un esperimento e una riflessione sul nostro tempo.
Una traccia per pensare, più che un punto fermo. E una sfida ad accogliere
nuovi sguardi.

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