Seguici

Ricevi le nostre storie e notizie

Premendo il pulsante Iscriviti confermi di aver letto e di accettare la nostra Privacy Policy e Termini di utilizzo
Invia la tua segnalazione

Il canto di Assunta

Il canto e la musica del Popolo.

di Francesco A. P. Saggese
con un approfondimento
di Francesco Pupillo
e una documentazione video fotografica di Pasquale D’Apolito

***

Assunta canta.
Seduta sulla sua poltrona di casa Assunta canta.
Assunta ha sempre cantato.
Cantava in campagna mentre strappava l’erba insidiosa nei campi o mentre raccoglieva con le ginocchia conficcate a terra le olive; cantava Assunta quando ritornava a casa, stanca dal lavoro; cantava in chiesa durante le funzioni religiose, dietro le processioni nelle feste di paese o nei pochi momenti di spensieratezza.
Il giorno dopo dell’ultimo Venerdì Santo vichese, quando ancora sono vive nei nostri occhi le immagini delle lunghe processioni per le strade del paese, con Pasquale e Francesco ci rechiamo a casa della signora Libera che ci aspetta con sua madre Assunta.
Conosciamo Assunta perché l’abbiamo vista cantare negli anni trascorsi ai piedi dell’Addolorata al termine di uno dei riti più suggestivi e partecipati dall’intero popolo vichese, il Pianto della Madonna, mentre tutta una schiera di donne, intorno a lei, l’accompagnava nel canto.
Assunta ci aspetta seduta sulla poltrona con le mani appoggiate una sull’altra: sto guardando un quadro, un’opera d’arte, ammiro la sua infinita e umana bellezza.
Ci stringe la mano e ci sorride.
Ci sediamo di fronte a lei.
Assunta ha lavorato una vita intera in campagna, un marito nel cuore, sei figli, di cui due viventi: sua figlia Libera è seduta accanto a lei e le stringe la mano.
Assunta canta e siamo qui per ascoltarla, il suo canto scava negli anni, negli usi di un tempo scomparso, ma che sulle sue labbra è ancora vivo.
Assunta abita un tempo antico, perché abita il suo canto, vive le sue parole.
Sua figlia Libera ha ereditato da sua mamma la voglia di cantare, ha imparato i canti antichi, gli stornelli. Libera con la sua mamma Assunta fanno una cosa meravigliosa: cantano, si guardano e cantano, hanno negli occhi stampate le note, le parole antiche, le melodie.
Libera ha imparato da sua madre anche i canti legati alla Settimana Santa vichese, gli ha trascritti sui fogli bianchi che a poi diffuso tra le altre donne che nei giorni che precedono Pasqua animano i riti in Chiesa Madre. Le ritrovo a cantare un pomeriggio di aprile in chiesa, disposte tutte in cerchio con i fogli sotto gli occhi: è così che una tradizione va avanti.
Assunta ha novantasette anni, è un mare infinito, la cima di una montagna, la luce di una stella che brilla, un giardino fiorito, l’acqua limpida di una sorgente.
Abbiamo smesso di cantare ed è finito tutto, ha detto qualcuno in una strada di paese; ci siamo rinchiusi in casa, abbiamo soffocato il canto, lo abbiamo tradito.
Assunta ti prego di continuare a cantare, non stancarti mai, abbiamo bisogno della tua voce, abbiamo bisogno di sentirti e di risentirti, abbiamo bisogno di guardare i tuoi occhi che brillano quando intoni il tuo canto.
Assunta ti prego di continuare a cantare, fallo per noi, che non ne siamo più capaci, aiutaci a comprendere il senso della vita che ci è sfuggita di mano, il senso della pace che abbiamo perso, dell’amore che abbiamo ucciso. Assunta facciamo così: ti stringo la mano anche io, ti stringiamo la mano anche noi, adesso ci sediamo vicino a te, e tu ci insegni a cantare, a cantare alla vita.

***

Il canto e la musica del Popolo

di Francesco Pupillo

Il canto e la musica popolare sono la manifestazione e l’essenza spontanea di un popolo, di un’area geografica o anche, più limitatamente, di un paese. È attraverso di essi che una comunità si racconta, interpreta sentimenti, speranze e aspirazioni, cresce ed evolve in senso emozionale, ideologico e storico-sociale; non esiste infatti, un’unica musica popolare, ma ogni popolo, area geografica, periodo storico ha prodotto e continua a produrre la propria[1].

Parlare di musica popolare, tuttavia, può far nascere degli equivoci. Secondo la lingua italiana, infatti, il termine “popolare” può assumere due significati diversi:

  • genere o repertorio musicale molto conosciuto e diffuso su larga scala, ciò che viene definito musica pop;
  • musica prodotta e, generalmente, eseguita dalle classi sociali più umili della società (contadini, artigiani…), ciò che viene definita musica folk.

Quella che interessa noi, ovviamente, è questa seconda accezione.
La musica popolare, che può essere cantata o semplicemente strumentale, ha delle caratteristiche ben definite per essere considerata tale:

  • ha una natura semplice e spontanea, indispensabile per la memorizzazione;
  • è funzionale, poiché è legata a particolari occasioni o eventi importanti per la comunità (le feste, le nozze, il lavoro…);
  • è anonima, poiché non ha mai un autore ben identificato essendo espressione dell’intera comunità. Essa dal momento della sua nascita, infatti, è di proprietà comune e non è legata al personale stile del singolo compositore, ma rispecchia e rispetta le peculiarità del tempo e del luogo dal quale è nata;
  • viene trasmessa oralmente, di generazione in generazione. Questo ha comportato che uno stesso canto può avere differenti versioni leggermente diverse in qualche tratto della melodia o del testo[2]

Tutte queste caratteristiche possono essere notate, per esempio, in una forma di musica popolare con la quale veniamo a contatto sin da bambini: la ninna-nanna: ha una semplicità melodica, ha la funzione di far addormentare, nella maggior parte dei casi sono anonime-comunitarie e possono presentare delle piccole variazioni in base ai casi perché trasmesse oralmente.

Per avere un quadro completo sulla definizione di canto popolare possiamo dunque riprendere la definizione data dall’Enciclopedia Treccani:

Il canto popolare è sicuramente una delle più importanti espressioni umane, che ci permette di comprendere il nostro passato, quel passato più o meno recente su cui si fondano le nostre radici. Attraverso il canto popolare si percepiscono le condizioni sociali dei nostri antenati, i loro bisogni umani legati al lavoro, all’amore, alla religione, ai giochi. Si tratta di canti nati spontaneamente dalla gente comune, senza la mediazione di un compositore che ne interpreti i sentimenti e per questo basati su un linguaggio povero, ripetitivo ma sincero e diretto[3].

È difficile stabilire un punto preciso di origine del canto e della musica popolare, probabilmente nata con l’uomo stesso. Anche le fiabe e i miti, in un certo senso, hanno avuto la stessa funzione e le stesse caratteristiche. Dall’Ottocento, tuttavia, con lo svilupparsi del Romanticismo e del Nazionalismo, gli studiosi iniziarono a riconoscere l’importante valore artistico, culturale e sociale dei canti popolari:

Nasce così il genere regolato da canoni ben precisi e imitato da autori colti. Questi si fanno portavoce della loro gente, esprimono l’ambiente di cui fanno parte utilizzando il canone dell’impersonalità: si spersonalizzano, assumono la cultura, la mentalità, il modo di esprimersi della comunità in cui vivono. In Italia, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, il Verismo, sia in campo letterario che musicale (Verga – Mascagni) diede voce ai sentimenti dei più umili[4].

Il compositore, linguista, filosofo, etnomusicologo ed educatore ungherese Zoltán Kodaly considerava la musica istintiva, espressione autentica dentro ogni essere umano. Nel corso dei suoi studi stabilì alcune “verità” sul rapporto tra il genere umano e la musica:

  • ogni essere umano ha avuto a che fare con la musica, a prescindere dalla geografia e dal periodo storico nel quale è vissuto;
  • in ogni cultura si è sviluppata una serie di suoni simili, indicati con nomi diversi, da cui l’istinto ha attinto nei secoli un telaio melodico che caratterizza le melodie popolari;
  • il canto è un viatico unico ed insostituibile, come educazione e formazione della persona, che permette, fra l’altro, di assimilare in tempi stretti ciò che normalmente si imparerebbe con utensili, materiali o strumenti, viceversa estranei alla nostra fisiologia[5].

Le musiche e i canti popolari possono essere classificate in diversi generi (infantili, lavoro, ballate…). Tra questi una parte importante è costituita dai canti popolari devozionali o religiosi, un repertorio non pensato strettamente per la liturgia, ma per esprimere ed enfatizzare la fede o una particolare devozione. Questo vasto repertorio di canti è molto spesso interpretato in dialetto o in un italiano dialettizzato e trova le sue origini sin dal Medioevo: veniva eseguito presso le Confraternite oppure accompagnava i fedeli durante le processioni, nei pellegrinaggi o in particolari forme devozionali.

Attraverso questi canti il fedele si sente interamente coinvolto nell’intero processo rituale, questo soprattutto per quanto riguarda i canti devozionali e processionali della Settimana Santa, e anche per questo hanno assunto una forza e una sensibilità che ha permesso a questi canti di resistere nel tempo. Se per alcuni, infatti, l’originale funzionalità è venuta meno, i canti della Settimana Santa resistono perché ogni anno rinnovano la comprensione e la vicinanza al dramma del Cristo[6].

Papa Francesco individua nella pietà popolare, di cui i canti sono una chiara espressione, una forza evangelizzatrice e un luogo teologico:

Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione[7].

Sicuramente il popolo è protagonista della religiosità popolare e il canto e la musica sono i suoi mezzi d’espressione per esternare la propria fede e devozione. Ma il canto e la musica sono anche i mezzi attraverso i quali la comunità consolida la propria appartenenza, fino a diventare una tradizione vivente.

Spesso si legge o si sente la frase «Chi canta prega due volte» attribuita a Sant’Agostino. Anche se la frase pare non sia mai stata pronunciata dal santo, la musica è una parte fondamentale delle celebrazioni ecclesiastiche ed è emblematica del significato che il canto assume nella devozione popolare. Per questo non possiamo lasciare che questi canti si perdano nell’oblio della memoria, ma dobbiamo impararli, conservarli, salvaguardarli. Dobbiamo farlo per chi ci ha preceduti, per Assunta, per noi stessi e per l’intera comunità affinché questa resti tale.


[1]http://www.fondazionepremioaltino.it/La%20musica%20popolare%20come%20ascolto%20terapeutico%20per%20anziani/il%20canto%20popolare.htm, ult. cons. 01/12/2022;

[2]https://digilander.libero.it/romagnani/Storia%20pdf/terza/La%20musica%20popolare.pdf, ult. cons. 01/12/2022;

[3]https://www.treccani.it/enciclopedia/musica-popolare_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/, ult. cons. 01/12/2022;

[4]https://frontini.altervista.org/id58.htm, ult. cons. 01/12/2022;

[5]https://www.donatogiupponi.it/il-canto-popolare/, ult. cons. 01/12/2022;

[6]http://new.psallite.net/a/I_canti_popolari_nelle_processioni_del_Venerd_Santo/5/7, ult. cons. 01/12/2022;

[7]http://vaticaninsider.lastampa.it/fileadmin/user_upload/File_Versione_originale/EVANGELII-GAUDIUM-italiano.pdf, ult. cons. 01/12/2022;

Add a comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi le nostre storie e notizie

Premendo il pulsante Iscriviti confermi di aver letto e di accettare la nostra Privacy Policy e Termini di utilizzo