Era il 1950, esattamente 70 anni fa, quando lo scrittore e critico d’arte Alfonso Gatto e il fotografo Paul. M. Pietzsch documentarono la montagna del Gargano di quell’epoca, fatta di duro lavoro e sacrifici, in un reportage dal nome “Il miracolo del Gargano” pubblicato sul settimanale Epoca.
“Una terra sconosciuta ai più e considerata remota come la luna”, le parole di Alfonso Gatto nel descrivere questo territorio come una drammatica bellezza, un primitivo splendore accecante, reso maggiormente dalle foto del grande Pietzsch.
Proprio da questo servizio fotografico emerge stagliante l’immagine, scattata ad Ischitella, di una bambina di dodici anni, immortalata mentre portava delle pesanti pietre sulla testa. “Le chiedemmo cosa ne facesse – scrive Alfonso Gatto – Rimase impassibile davanti alla macchina, poi si girò lentamente e riprese la lunga strada. Non era mai uscita dalle case del paese. Anche una vecchia di disse che era stata soltanto a Rodi qualche volta in tutta la sua vita. L’Italia non era che un nome, solo un caro nome, per loro”. Una triste e cruda realtà che non ha bisogno di ulteriori commenti e che oggi, a distanza di molti anni, se non di una vita intera, smuove delle domande: di chi è quello sguardo sotto tutte quelle pietre?
È un’immagine che racconta soltanto l’inizio di una storia, di un mondo ormai scomparso all’interno di vecchie pagine ingiallite: ma sarebbe piacevole sapere che tale racconto sia proseguito nel migliore dei modi, e che quella dura espressione di fatica, oggi, sia un sorriso di riuscita.




