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Parola al vino, a Vieste le cantine di San Severo Doc cavalcano l’onda dell’enoturismo

Grande partecipazione sul Gargano al workshop del progetto con autorevoli esperti.

A Vieste, con i consigli di autorevoli esperti, le cinque cantine del progetto San Severo Doc hanno tracciato una strategia per sviluppare l’enoturismo in provincia di Foggia.

Il workshop a numero chiuso Parola al vino aveva ben presto fatto registrare il sold out, sintomo del grande interesse suscitato anche dalla presenza di illustri ospiti.

Hanno partecipato ai lavori, nell’Hotel degli Aranci, operatori turistici e dell’HO.RE.CA. del comprensorio, insieme a una nutrita delegazione degli studenti dell’Istituto Professionale per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera ‘Enrico Mattei’ di Vieste.

Nel pubblico anche lo stellato di Peschici Domenico Cilenti (Porta di Basso) e i colleghi chef Leonardo Vecera di Vieste (Ristorante Il Capriccio) e Gegè Mangano di Monte Sant’Angelo (Casa Li Jalantuùmene).

A fare gli onori di casa è stata la Vice Sindaco e Assessore al Turismo del Comune di Vieste, Rossella Falcone: “Vieste ha capito già qualche anno quanto sia importante poter vendere il territorio, non solo per quanto riguarda i suoi aspetti culturali e paesaggistici, ma anche e soprattutto per quanto riguarda l’enogastronomia. Quando si parla di turismo, non si può non parlare di buon cibo, accoglienza e vino. La Puglia, indubbiamente, oggi è una grande attrazione: è un brand che si vende da solo, ma poi bisogna essere in grado di far rimanere gli ospiti qui da noi”.

Le cinque cantine del progetto – Pisan-Battèl (capofila), Ariano, Antica Cantina, D’Alfonso Del Sordo e d’Araprì – hanno intercettato i fondi di un bando del Gal Daunia Rurale 2020. “Vini e spumanti sono il fiore all’occhiello del nostro territorio – ha affermato la Presidente Pasqua Attanasio, motivo per il quale il Gal ha inteso intraprendere la sfida della creazione del Distretto del Cibo, in corso di autorizzazione”. La Presidente ha ringraziato tutti gli operatori dell’HO.RE.CA. perché “quello che manca nel nostro territorio è questa attività di matching tra chi produce, trasforma, commercializza, e voi che fate arrivare sulle vostre tavole, con i vostri meravigliosi piatti, le eccellenze del nostro territorio”.  

A illustrare il progetto è stata la Project Manager Ester Fracasso di Pugliaidea: “L’obiettivo non è soltanto promuovere il vino attraverso le cinque cantine, con la speranza che possano aumentare, ma renderlo attrattore turistico. Il vino diventa il racconto di un luogo. Le persone si devono spostare per trovare una storia, e la storia è fatta dagli uomini. In un viaggio, quello che si ricorda è la memoria di chi incontriamo, dei prodotti che mangiamo e degli oggetti del luogo che identifichiamo”.

Stefano Ladevaio dell’Antica Cantina di San Severo lo ha definito “un evento che tocca una questione sentimentale”, riferendosi alla possibilità, per un ristoratore del Gargano, di offrire ai clienti un vino del territorio che “non ha nulla da invidiare al resto d’Italia. Spero che questa sia una occasione da parte nostra di presentarci e da parte vostra di sceglierci”.

Manuela Ariano di Cantina Ariano ha sintetizzato l’obiettivo del progetto: “Vorremmo fare in modo che il vino racconti per noi il territorio e che sia parte integrante dell’esperienza che vive il turista”.

“Noi siamo partiti unendoci come produttori, però vogliamo coinvolgere tutti gli attori del mercato, e soprattutto gli ambasciatori dei nostri vini, che non possono che essere i ristoratori e tutti coloro che hanno la possibilità di farli conoscere al pubblico”, ha detto Gianfelice D’Alfonso Del Sordo della Cantina D’Alfonso Del Sordo.

“Il nostro motto è sempre stato l’arte e la passione. Noi non dobbiamo solo far bere il nostro spumante o il nostro vino, ma dobbiamo riscoprire le bellezze del nostro territorio – ha aggiunto Daniele Rapini di d’Araprì -. A San Severo abbiamo tanta storia e insieme possiamo fare del nostro territorio un’eccellenza italiana, non solo pugliese”.

Di aggregazione ha parlato Antonio Pisante di Pisan-Battèl, capofila del progetto: “Penso che questo progetto sia una testimonianza importante, che ci porta alla consapevolezza di avere un territorio, un hardware fantastico, ma con un software che ancora va settato. Credo che questo sia il punto zero, dal quale ripartire. Speriamo che tante aziende seguano il nostro esempio”.

Poi la parola è passata ai relatori. “Da quando esiste l’umanità, o il cibo segue l’uomo, o l’uomo segue il cibo”, ha esordito il gastronomo Luciano Pignataro. “Il vino, oramai, da alimento è diventato un’esperienza sensoriale. Noi dobbiamo cercare di mangiare e bere meno e meglio, non a caso i consumi di vino sono scesi vorticosamente in Italia: si è passati da 150 litri a testa di un tempo a 30 scarsi. Questo significa che chi produce un bene non più essenziale, ma emozionale, deve ripensare il proprio modo di produrre e di comunicare”. Il suo è un invito a “liberarsi dall’ossessione della quantità, dei like sui social e delle bottiglie vendute. Il problema non è produrre di più, ma produrre meglio e vendere ancor meglio”. Il vino è ormai un prodotto culturale e la cultura del vino è la cultura del territorio.

Quando la Puglia chiama, la chef stellata, originaria di Cerignola, Cristina Bowerman risponde. “Penso che la Puglia abbia delle potenzialità enormi”. Ha approfondito tre concetti in relazione allo sviluppo del territorio: produzione, comunicazione e distribuzione. “Noi paghiamo il valore dell’esperienza, della storia che il prodotto porta con sé”.

“È molto importante – ha proseguito Bowerman – rimanere autentici, coerenti, e non utilizzare il basso costo come arma di penetrazione del mercato, perché se si vuole mantenere un profilo alto e la qualità è importante combattere affinché il basso costo non diventi il fattore primario. La storia di quell’uva deve rappresentare il valore del prodotto”.

Appassionato l’intervento del giornalista Carlo Cambi, tra i fondatori del Movimento Turismo del Vino, che ha indotto il comparto a fare autocritica sul tema della costruzione del valore. “San Severo è stato per tre secoli il principale mercato della Porta d’Oriente”, ha ricordato. “Il legame vino-territorio diventa esiziale nella costruzione della catena del valore, che riguarda molti prodotti, ma il vino ha una caratteristica in più: ha una componente spirituale di altissimo profilo”. Il valore “risiede nella opzione imprenditoriale che voi avete fatto, ed è quella che dovete comunicare e difendere”.

“Voi non state producendo semplicemente bevande – ha detto ai produttori -, voi state producendo anima di territorio”.  

La sommelier Betty Mezzina ha girato i quattro angoli del mondo: “Il vino, da solo, può diventare un attrattore dei territori”, ha confermato alla luce della sua esperienza. “San Severo è una zona ancora inesplorata, e penso debba essere un punto di forza, e dobbiamo approfittarne adesso, perché è il momento di cavalcare l’onda della moda”. A proposito dei percorsi turistici che si potrebbero organizzare, secondo Betty Mezzina, la provincia di Foggia potrebbe “trattenere per oltre una settimana i turisti”.

A conclusione dei lavori, coordinati dal giornalista Michele Peragine, i partecipanti hanno degustato vini e bollicine delle cantine del progetto, presentati dal delegato AIS Amedeo Renzulli, accompagnati da prodotti locali e piatti della tradizione come la Zuppetta di San Severo, fave e cicorie, e pancotto.

San Severo Doc, Bicchieri e sentieri di Capitanata torna sabato 11 e domenica 12 novembre con visite guidate, banchi di degustazione, il convegno ‘Le donne e il vino’ e una Masterclass con lo chef Domenico Cilenti.

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