Tommaso Fiore nell’inferno garganico dei primi anni Cinquanta

Tommaso Fiore, nato ad Altamura nel 1884, antigiolittiano come l’amico Gaetano Salvemini, contrario alle politiche protezioniste avversate fermamente dal salentino Antonio De Viti De Marco, si è particolarmente identificato nelle battaglie contro il centralismo statale e il trasformismo politico, individuandone le sorgenti del fallimento degli ideali risorgimentali e delle conservate condizioni semifeudali del Mezzogiorno. Fiore ha collaborato con “L’Unità” di Salvemini, “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, “Il Quarto Stato” di Nenni e Rosselli, è stato più volte arrestato nei primi anni Quaranta per la sua attività antifascista.

Nelle “lettere pugliesi”, scritte nei primi anni del fascismo su invito di Piero Gobetti, elogiava l’antico, laborioso, umile popolo di contadini a cui lo Stato unitario negava “diritti di vita politica”, cogliendo l’occasione per riproporre l’antica questione demaniale, irrisolta per favorire i famelici agrari latifondisti assenteisti,gli stessi che avevano bussato alla porta di Salandra, trovando poi «nel nazionalismo e più nel fascismo uno scudo più saldo» al fine di tutelare i propri untuosi interessi, sempre avversando le sacrosante pretese del popolo rurale. L’intellettuale altamurano si chiedeva che cosa avesse impedito al «governo di far qualcosa dopo l’inchiesta Jacini e dopo l’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini del Mezzogiorno», trovando risposta negli scritti di Giustino Fortunato sulla questione demaniale pubblicati nel 1879. Secondo Fortunato, le quotizzazioni avevano agevolato nell’Italia meridionale «il monopolio dei terreni nelle mani dei proprietari», accrescendo giorno dopo giorno le «grandi proprietà a danno delle piccole» (La questione demaniale nell’Italia meridionale, in «Rassegna settimanale», 2 novembre 1879). 

Sconosciute ai lettori a causa della soppressione della libertà di stampa, sono state ripubblicate nel testo Un popolo di formiche dall’editore Laterza nel 1951, da molti ritenuto uno dei maggiori classici della letteratura del Novecento di Puglia.

Terminato il conflitto mondiale, nell’estate del 1953 Tommaso Fiore visitava la Capitanata prestando intima attenzione agli aspetti paesaggistici e indagando lucidamente sulle condizioni sociali di una popolazione ridotta nell’infernale area del sottosviluppo estremo.

Nel racconto del suo viaggio, Il cafone all’inferno, pubblicato nel 1955 a Torino dall’editore Einaudi, emergeva nuovamente la fisionomia civile e il meridionalismo sociale e autonomista dell’intellettuale pugliese:

«Si tratta della fisionomia di un intellettuale-studioso, salveminianamente attento alla concretezza, alla rete intricata dei bisogni e dei problemi economico-sociali del sottosviluppo pugliese, e insieme impegnato in una tenace individuazione delle forze sane […] da saldare, in una particolare funzione trainante, al riscatto delle masse contadine» (P. Voza, Prefazione in T. Fiore, Il cafone all’inferno, Bari 2020, p. 13).

Dopo aver attraversato l’isolato, solitario e abbandonato Tavoliere, Fiore, «sotto l’occhio del Gargano», passava «lentamente il Candelaro, amplissimo, tutto verde di cannicci, ormai domato e sistemato. […] il fiume che ha sì triste fama di rovine e di morte» (Il cafone all’inferno, op. cit., p. 114), e arrivava in vista dell’ospedale di San Giovanni Rotondo, ricordando di essersi recato in visita a Padre Pio alcuni anni prima.

In questo primo approccio alla montagna, contemplando terreni arsi a pascolo da un lato e la «deserta nudità» del Gargano dall’altro, la mente di Fiore vagava riportandolo alla triste realtà che aveva immediatamente compreso nella sua intera essenza:

«Andavo rifacendo per l’ennesima volta una numerazione delle piaghe della grande proprietà in Capitanata e nel Mezzogiorno, le dieci piaghe d’Egitto. E la prima fondamentale è la miseria per motivo della disoccupazione, ciò che reca seco la seconda, cioè l’insufficienza di alimentazione, e la terza, l’igiene rudimentale. Da ciò nasce la quarta, che è l’alta mortalità, specialmente nell’infanzia, e poi nel campo morale, la quinta e la sesta, cioè l’analfabetismo e l’inferiorità della donna. La settima, per passare al campo dei rapporti sociali, è costituita dall’uso della frode e della violenza della classe dominante contro i ceti del lavoro manuale. L’ottava è anch’essa una conseguenza, l’asservimento cioè delle classi intellettuali ai grandi e il loro distacco dalle classi umili, e da ciò le ultime due piaghe, il segno che la vita muore, la nona cioè l’immobilismo della società, e la decima, la generale servitù, in alto e in basso, una specie d’infantilismo politico in chi comanda e ribellioni disordinate, senza scopo, in chi vien comandato» (Il cafone all’inferno, op. cit., pp. 120-121).

Riattraversato il fiume Candelaro e risalita una breve collina di “tufare”, Fiore raggiungeva l’abbazia di San Leonardo di Siponto sbarrata di filo spinato a ricordo dell’ultimo conflitto mondiale, dove finalmente incontrava degli esseri umani, dediti alla raccolta delle misere ma preziose spighe sfuggite alla mietitura. Figure rare in una terra desertica, dalla testa bassa e dal portamento curvo, che non alzavano il braccio neppure per un fugace saluto e che portavano alla memoria di Fiore le parole di Vincenzo Padula: «O lettori e lettrici, cui fortuna sorrise, lasciate di contemplare le piaghe di un Cristo di legno: io vi predico la vera religione, e mostro un Cristo di Carne, il bracciante!» (Il cafone all’inferno, op. cit., p. 129).

Sullo sfondo velato di azzurro, tra cielo e mare, un Gargano la cui popolazione «decresce di continuo, non trova terra da  lavorare e le tocca andar raminga lontano lontano», nonostante gli infiniti muretti rustici «a secco, saldamente piantati per contenere  appena un piccolo lembo di terra», opera prodigiosa e paziente «senza limiti, forsennata, di un popolo di formiche, o di schiavi ostinati, e il sacrificio di generazioni in generazioni di lavoratori», che si ostinano a «buttar la vita per così poco», contentandosi di «pochi palmi di ristoppia strimenzita», di «quattro zolle sfarinate», di «qualche rachitico olivo […], qualche mandorlo contorto» e di «pochi e piccoli pampini», per cui era lecito chiedersi: «Quanti grappoli d’uva avrà potuto offrire alla fame dei suoi figli chi ha coltivato questa vigna per beffa?» (cfr. Il cafone all’inferno, op. cit., pp. 177-182).

Sul Gargano, spinto dalla curiosità di verificare di persona il popolo contadino a Monte Sant’Angelo che viveva ancora nelle grotte, ridotto in miserevoli condizioni: «Ma è proprio vero che sui fianchi di Montesantangelo, come poi su in cima, molta gente vive ancora in grotte? […] Perciò ho dovuto far varie corse, per venire a capo della quistione, scoprire cioè queste abitazioni primitive, parlare a chi vi abita e conoscere i loro bisogni» (Il cafone all’inferno, op. cit., p. 175).

Nel visitare borghi e paesi del Gargano settentrionale, accompagnato da un misterioso e mai nominato “giovine scrittore”, Fiore si soffermava più volte sulle misere condizioni di piccoli proprietari terrieri che, possedendo appena pochi lembi di terra, erano costretti a vendere le loro sfinite braccia a “borghesucci”, che «smaniosi dei loro affari, si arrovellano ad insidiarli» in ogni modo possibile, mentre gli organizzatori delle leghe contadine venivano fatti passare per scocciatori, ambizioni, pericolosi da evitare. La mancanza di terra, ad uso della piccola proprietà contadina, era tanto più grave se alle antiche usurpazioni dei «borghesi terrieri sulle residue terre demaniali» si aggiungevano le nuove proprietà private mediante la pratica degli incendi dolosi di vaste aree (Il cafone all’inferno, op. cit., pp. 282-283).

Giunto a San Nicandro Garganico, l’intellettuale di Altamura apprendeva direttamente dai braccianti delle epiche lotte contadine sostenute «dai loro padri per più che mezzo secolo, lotte per il pane al posto dell’antico parrozzo (non era, no, di cruschello, ma di cruscono, quasi crusca), lotte per il peso giusto, che all’antica era un quinto in meno, una frode, lotte per introdurre il chinino di Stato, lotte per l’abolizione del lavoro notturno, lotte soprattutto per la terra» (Il cafone all’inferno, op. cit., p. 293).

Era questo il momento in cui Raffaele Mascolo, il sindaco della città, consegnava a Fiore un manoscritto del padre Giovanni, bracciante che aveva imparato a scrivere durante il confino politico. Un manoscritto che «tratta accuratamente e secondo una lunga esperienza personale, dei contratti di fitto delle masserie, poi delle abitazioni dei lavoratori, della gerarchia dei salariati, delle condizioni dei ragazzi e finalmente delle prime agitazioni, dei primi scioperi, più di mezzo secolo fa» (Il cafone all’inferno, op. cit., p. 303). Ed era stato lo stesso Giovanni Mascolo che aveva scritto un racconto da cui Fiore avrebbe tratto il titolo del suo saggio sulla Capitanata e sul Gargano: “Il cafone all’inferno”. 

Un racconto che narra della disgraziata storia di un povero bracciante che umiliato, maltrattato, sfruttato, picchiato nel suo percorso terreno, morendo pensava di meritare il Paradiso. Tuttavia, respinto dal Paradiso, e persino dal Purgatorio, veniva accolto a braccia aperte da Belzebù in inferno. Narrata la propria storia, Satana, non potendo credere all’esistenza di un inferno terreno, decideva di inviare sul Gargano un diavolo travestito da bracciante, il quale tornava «all’inferno tutto abbattuto, con la testa insanguinata, le ali mezzo sconquassate e spennate, il viso, le mani e i piedi scottati», tanto da costringere Lucifero a pronunciarsi in questi termini: «… noi stiamo per essere sopraffatti da un altro inferno che ci fa concorrenza. Dunque, per conservare la nostra sovranità, prendete tutti gli attrezzi e andiamo a stabilirci nel Tavoliere delle Puglie» (cfr. Il cafone all’inferno, op. cit., pp. 306-310).

Il “giovine scrittore”, più volte nominato quale “romanziere rodiese” o “poeta”, che aveva ospitato a Rodi Garganico Fiore, suo paese natale, e lo aveva accompagnato nell’estate del ‘53 nelle località del Gargano più settentrionali fino a Peschici e Vieste, era Giuseppe Cassieri, uno dei maggiori protagonisti della letteratura italiana del Dopoguerra.

Le fasi iniziali del rapporto tra il maturo intellettuale altamurano e il giovane garganico destinato a una prodigiosa carriera letteraria si rinvengono nel 1952, anno che «da un lato consacra la fama del meridionalista Tommaso Fiore, autore di un Popolo di formiche e neo vincitore del Premio Viareggio; e dall’altro l’ascesa nell’olimpo della narrativa nazionale del rodiano Giuseppe Cassieri grazie ad Aria cupa, romanzo a sua volta insignito di un prestigioso riconoscimento, come quello del Premio “Gargano-Foresta Umbra”» (D. Di Nuovo, Tommaso Fiore e Giuseppe Cassieri: nascita di un’amicizia, in «Nuova Antologia, rivista di lettere, scienze ed arte», vol. 636, fasc. 2317, a. 161°, 2026).

Il frizzante clima garganico dei primi anni Cinquanta e gli intellettuali che animavano la vita culturale, partecipando attivamente all’organizzazione del Premio “Gargano-Foresta Umbra”, sono stati magistralmente descritti da Giuseppe Maratea: «Quando nel 1950, Giuseppe d’Addetta, Michele Vocino, Alfredo Petrucci, Mario Ciampi, Francesco Delli Muti celebravano la prima edizione del premio “Gargano-Foresta Umbra”,- la foresta prendeva un altro aspetto, frequentata da una “élite” intellettuale di personaggi di varia provenienza e varia fama». L’organizzazione del premio, finanziata dall’Ente Provinciale del Turismo presieduto da Mario Ciampi e diretto da Raffaele Rosiello, era assegnata al dinamico Lello Follieri, mentre ai premiati venivano aggiudicate «somme che, aggiornate, farebbero gola, oggi, ai più importanti premi letterari e giornalistici nazionali. E i componenti della giuria? Nientemeno: Goffredo Bellonci (fondatore nel 1947 del Premio letterario Strega), Carlo bo, Enrico Falqui, Gian Battista Angioletti, Giuseppe Petroni, Mario Vinciguerra, Luigi De Secly (direttore, all’epoca, de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e gli indigeni Alfredo Petrucci, Michele Vocino, Mario Ciampi, cui si aggiungevano, volta a volta, Mario Prignano e Mario Simone […]. Le sere che precedevano la proclamazione dei vincitori; a San Menaio, la “Vecchia Signora” del turismo garganico, le ville dei Delli Muti, d’Addetta, Di Stolfo, Dal Sasso, Petrucci si animavano» (Il Premio Gargano Foresta Umbra: quello sì che valeva, in wwwbonculture.it, 22 agosto 2021).

Sul premiato romanzo autobiografico d’esordio di Cassieri, Fiore scriveva nel novembre del 1952 parole promettenti: «Dove arriverà domani il Cassieri? Nessuno può dirlo, tanti sono gli umori che si mescolano in lui. Ma egli si salverà perché ha l’occhio alla vita, ai problemi del male, e a vincere il male. E non si lascia sviare da problemi di tecnicismo espressivo. Ed è naturalmente un uomo di opposizione, appunto perché ha un occhio senza veli, limpido e penetrante» (Un nuovo scrittore. Aria cupa, in «Il Paese», 10 novembre, 1952, p. 7).


Figura 1. Copertina “Meridionalismo e meridionalisti” di Michele Eugenio di Carlo, Edizioni del Poggio. aprile 2026

I sentimenti di amicizia e di affetto che avevano legato Cassieri a Fiore sono svelati in una testimonianza del romanziere pochi giorni dopo la dipartita dell’altamurano, avvenuta il 3 giugno del 1973, ricca di episodi riguardanti gli incontri garganici: «La scomparsa di Tommaso Fiore che mi coglie lontano, di sorpresa, mette in moto la sfera privata degli affetti privati prima che quella delle consonanze letterarie e trattiene per un attimo sullo sfondo la figura dello studioso, dello scrittore, del meridionalista, dell’uomo impegnato in drammatiche lotte politiche e civili che fanno ormai parte della storia del moderno Mezzogiorno» (La grande formica della Puglia moderna, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», 6 giugno 1973, p. 13).

*Tratto dal nuovo testo “Meridionalismo e Meridionalisti” di Michele Eugenio Di Carlo, Edizioni del Poggio, aprile 2026.

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