Il 12 giugno 2026 si è tenuto a Manfredonia un interessante incontro-dibattito dal titolo “Stele Daunie: la storia di un popolo. Identità e futuro del patrimonio culturale”.
L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra l’Archeoclub APS Sezione Siponto-Monte Sant’Angelo e il Touring Club Italiano -Territorio di Foggia, con il patrocinio del Comune di Manfredonia e il coinvolgimento di numerose realtà associative, culturali e formative del territorio, si propone di valorizzare le Stele Daunie in vista di un possibile riconoscimento UNESCO, percorso avviato negli anni passati e che negli auspici degli organizzatori deve passare “dalla visione alla governance”.
Secondo Michela D’Onofrio, coordinatrice del Touring Club Italiano di Foggia e vicepresidente dell’Archeoclub, l’incontro con la professoressa Maria Luisa Nava, ha rappresentato un’importante occasione di riflessione sul valore storico, identitario e culturale delle Stele Daunie, patrimonio unico dell’Italia antica e testimonianza straordinaria della civiltà daunia.
Dalle relazioni e dal dibattito che ne è seguito, è emersa con chiarezza una convinzione condivisa: è necessario passare dalla fase delle intenzioni a quella della programmazione e della governance. Le basi esistono già. Il protocollo d’intesa del 2024 con il Comune di Manfredonia, corredato da relazione tecnica e studio di fattibilità, costituisce un punto di partenza concreto sul quale costruire un percorso stabile e duraturo.
La valorizzazione delle Stele Daunie non può tuttavia limitarsi a un singolo sito o a un singolo comune. I ritrovamenti di Tordilupo, Monte Saraceno e degli altri contesti archeologici della Daunia fanno parte di un sistema culturale unitario che merita una visione territoriale ampia, capace di mettere in rete luoghi, istituzioni, associazioni e comunità.
In questa prospettiva assume un ruolo centrale la collaborazione tra enti pubblici e Terzo Settore. Le associazioni culturali, gli organismi di promozione del territorio e le realtà impegnate nella tutela del patrimonio possono contribuire in modo determinante alla costruzione di modelli condivisi di gestione e valorizzazione. Gli strumenti normativi esistono e consentono di sviluppare percorsi di co-progettazione orientati alla partecipazione e alla responsabilità collettiva.
L’obiettivo non è la semplice promozione turistica, ma la costruzione di un modello sostenibile fondato su ricerca, tutela, formazione e conoscenza. Un modello che sappia valorizzare il patrimonio senza snaturarlo, contrastando le logiche dell’overtourism e favorendo invece un rapporto autentico tra visitatori, comunità locali e beni culturali.
La D’Onofrio ha ringraziato i promotori e gli organizzatori dell’iniziativa, la professoressa Maria Luisa Nava per il prezioso contributo scientifico, l’ITST e il direttore Matteo Robustella per l’ospitalità, i relatori prof. Federico Massimo Ceschin e Angela Quitadamo, il sindaco Domenico La Marca e la vicesindaca Cecilia Simone intervenuti per i saluti istituzionali, gli organi di informazione e tutti coloro che hanno partecipato al confronto con passione e competenza.
Ed ha concluso con un ringraziamento speciale a suo padre, Vincenzo D’Onofrio: “Mi ha insegnato a guardare il mondo attraverso la lente della meraviglia. La cultura non è una merce da consumare, ma un’identità da custodire, interpretare e governare. Che l’antico cammino dei padri guidi oggi il nostro passo, affinché la pietra silente torni a parlare al futuro”.
Le Stele Daunie non rappresentano soltanto una straordinaria testimonianza del passato: sono una risorsa culturale per il futuro e un elemento fondamentale dell’identità della Daunia. Custodirle, studiarle e valorizzarle significa investire nella memoria e nello sviluppo del territorio.

LA LECTIO DI MARIA LUISA NAVA
Le Stele Daunie. L’identità e la storia di un popolo indigeno dell’Italia antica Protostorica di fama internazionale, docente presso la Scuola di specializzazione in archeologia delle università Suor Orsola Benincasa e Luigi Vanvitelli di Napoli, Maria Luisa Nava è oggi considerata la massima esperta delle Stele Daunie. Il suo nome è legato alla monumentale opera di catalogazione pubblicata nel 1980, Stele Daunie I, che per la prima volta offrì una sistemazione scientifica organica dei reperti rinvenuti nell’area a sud di Manfredonia e nei principali centri della Daunia. Nel corso del convegno del 12 giugno dedicato all’identità e alla storia della Daunia antica, Maria Luisa Nava ha ripercorso, in una memorabile lectio magistralis, oltre mezzo secolo di studi e ricerche archeologiche che hanno contribuito a far conoscere il patrimonio storico e culturale di questo territorio ben oltre i confini regionali.
L’archeologa ha ricordato il lungo legame che la unisce alla Daunia e a Manfredonia, iniziato in giovane età e proseguito attraverso decenni di attività scientifica, scavi e pubblicazioni. Un ruolo fondamentale in questo percorso è stato svolto dalla collaborazione con Silvio Ferri, uno dei primi studiosi a intuire l’eccezionale valore delle Stele Daunie. Prima delle sue ricerche, la Capitanata era infatti poco conosciuta negli ambienti archeologici internazionali e le testimonianze della civiltà daunia erano raramente oggetto di studi approfonditi. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, le pubblicazioni di Ferri e le successive ricerche condotte da Nava contribuirono a richiamare l’attenzione della comunità scientifica su questi monumenti straordinari, favorendone una progressiva valorizzazione. Nel corso dei decenni le Stele Daunie sono diventate oggetto di interesse internazionale, attirando l’attenzione di studiosi europei, americani e giapponesi e affermandosi come uno dei simboli più rappresentativi della civiltà daunia.
Al centro dell’intervento vi è la convinzione che le Stele Daunie non possano essere interpretate esclusivamente come monumenti funerari. Esse rappresentano invece l’espressione più complessa e affascinante di una lunga tradizione culturale che affonda le proprie radici nella preistoria e che trova nella Daunia uno degli sviluppi più originali dell’intero Mediterraneo antico.

La produzione di stele antropomorfe costituisce infatti un fenomeno ampiamente diffuso tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C. in numerose regioni del Mediterraneo e dell’Europa occidentale. Testimonianze di questa tradizione sono documentate in Francia, nell’arco alpino, nella Penisola Iberica, lungo le coste del Mar Nero e in molte altre aree caratterizzate dalla presenza di monumenti in pietra raffiguranti la figura umana. Anche la penisola italiana conserva esempi significativi di questo fenomeno. Oltre alle celebri statue-stele della Lunigiana, particolare importanza rivestono le stele rinvenute a Bovino e a Castelluccio dei Sauri. In questi monumenti non viene rappresentato un individuo specifico né un defunto identificabile, ma l’essenza stessa dell’umanità, espressa attraverso immagini dal forte valore simbolico e religioso.
Secondo Nava, tali monumenti devono essere interpretati come rappresentazioni divine collocate in spazi cultuali all’aperto. Questi luoghi sacri non erano costituiti da edifici monumentali, ma da aree naturali, spesso radure boschive, all’interno delle quali le stele venivano infisse verticalmente nel terreno. Le figure maschili e femminili non esprimono un’identità personale, bensì i principi fondamentali che garantiscono la continuità e la sopravvivenza della comunità.
Nelle rappresentazioni femminili viene esaltata la maternità come simbolo della continuità della stirpe. Seni, ombelico e cintura assumono una forte valenza simbolica legata alla fertilità e alla capacità generatrice. I volti risultano generalmente privi di tratti individualizzanti, mentre particolare attenzione è riservata agli ornamenti, alla capigliatura e ad altri elementi che richiamano una dimensione sacra.
I confronti con altre aree del Mediterraneo risultano particolarmente significativi. Una stele proveniente dall’area di Montpellier presenta infatti caratteristiche molto simili a quelle documentate in Daunia, confermando l’esistenza di un linguaggio simbolico condiviso tra comunità geograficamente distanti.
Le figure maschili, al contrario, pongono l’accento sulla funzione di difesa della comunità. Le armi, e in particolare i pugnali scolpiti sulla pietra, costituiscono l’elemento distintivo di queste rappresentazioni e trovano significativi confronti anche nelle statue-stele della Lunigiana.

Mentre in gran parte del Mediterraneo la tradizione delle stele antropomorfe tende a esaurirsi nel corso del II millennio a.C., in Daunia essa continua a svilupparsi, assumendo forme nuove e originali che porteranno alla nascita delle celebri Stele Daunie dell’età del Ferro.
Un esempio particolarmente significativo di questa continuità culturale è rappresentato dalla stele rinvenuta a Tordilupo, presso Mattinata, oggi conservata nel Castello di Manfredonia. Il monumento, databile al III millennio a.C. e riconoscibile come figura maschile grazie alla presenza del pugnale, mostra una successiva rielaborazione attraverso l’aggiunta delle braccia. Tale intervento testimonia la volontà di conservare e reinterpretare un manufatto molto più antico secondo sensibilità e linguaggi simbolici ormai mutati.
Secondo Maria Luisa Nava, proprio questa straordinaria continuità della memoria rappresenta una delle chiavi per comprendere l’originalità della civiltà daunia e la nascita delle Stele Daunie, espressione matura di una tradizione culturale che attraversò millenni di storia senza interrompere il proprio legame con il passato.
Su questa lunga persistenza della memoria culturale si fonda una delle interpretazioni più originali proposte dalla studiosa. La continuità tra le antiche stele antropomorfe e le Stele Daunie dell’età del Ferro costituisce uno degli elementi fondamentali per comprendere l’identità culturale della Daunia. In questa prospettiva le stele non devono essere considerate soltanto monumenti funerari, ma documenti straordinari attraverso i quali una società racconta sé stessa, la propria organizzazione sociale, le proprie credenze e la propria memoria.
Una delle questioni più dibattute riguarda l’interpretazione delle stele riccamente ornate. Tradizionalmente molti studiosi le hanno considerate rappresentazioni femminili a causa della presenza di collane, orecchini e altri ornamenti. Nava propone invece una lettura diversa. Nel mondo antico, infatti, i gioielli non erano prerogativa esclusiva delle donne, ma costituivano anche simboli di prestigio maschile. A sostegno di questa interpretazione la studiosa osserva che proprio sulle stele più riccamente decorate compaiono scene di guerra, di caccia e di attività eroiche, mentre le stele certamente femminili, riconoscibili dalla caratteristica treccia posteriore, non presentano mai combattimenti, miti o figure maschili.

Anche alcuni elementi iconografici sembrano confermare questa distinzione. Le teste di diverse stele mostrano copricapi analoghi a quello del celebre Guerriero di Capestrano, mentre la struttura stessa dei monumenti appare differente: nelle stele armate la testa è spesso realizzata separatamente dal corpo, probabilmente per consentire la rappresentazione di elmi e copricapi monumentali.
Secondo Nava il significato più profondo delle Stele Daunie risiede nella loro capacità narrativa. Esse non rappresentano genericamente guerrieri o aristocratici, ma raccontano la storia individuale del defunto. Ogni monumento costituisce una sorta di autobiografia scolpita nella pietra, attraverso la quale il personaggio celebra il proprio rango, le proprie imprese e il proprio ruolo all’interno della comunità.
In questo senso le stele daunie rappresentano un fenomeno quasi unico nell’Italia preromana. Le immagini raffigurano numerosi aspetti della vita quotidiana. Particolarmente significative sono le scene di tessitura, nelle quali donne dalla lunga treccia insegnano alle bambine l’arte del telaio verticale o sono impegnate nella lavorazione dei tessuti.
Accanto a queste compaiono rappresentazioni della pesca, svolta sia in ambienti palustri sia probabilmente in mare aperto. I rilievi mostrano pescatori, rematori, cani, pesci e perfino episodi che sembrano alludere alla commercializzazione del pescato, offrendo preziose informazioni sull’economia della Daunia antica.
Molto frequenti sono anche le scene di caccia al cervo. Questa attività, comune in numerose culture aristocratiche del Mediterraneo, appare strettamente legata al prestigio dell’anax, il principe-guerriero. I cavalieri inseguono la preda accompagnati dai cani da caccia, in immagini che esaltano il coraggio e le qualità del capo.
Un altro tema ricorrente è quello della navigazione. Le stele mostrano imbarcazioni in mare aperto, navi in partenza e persino scene di tempesta. Nava ha evidenziato interessanti confronti con un reperto in ambra proveniente da una tomba di San Francesco di Padula, nel quale compare una nave sorprendentemente simile a quelle raffigurate sulle stele. Tali testimonianze confermano l’importanza dei rapporti marittimi della Daunia con il resto del Mediterraneo.
Le rappresentazioni di combattimento occupano uno spazio altrettanto rilevante. In alcuni casi compaiono cavalieri e desultores, figure note nel mondo antico per le loro abilità equestri. Nava ritiene che queste scene possano essere collegate non tanto a scontri reali quanto a giochi funebri organizzati in onore del defunto. Particolarmente controversa è la vicenda della cosiddetta “Stele di Cattolica”. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il monumento fosse stato trasportato nell’Adriatico settentrionale da un aristocratico daunio in età antica. Nava contesta decisamente questa interpretazione, sottolineando l’assenza di prove archeologiche a sostegno dell’ipotesi e suggerendo piuttosto un collegamento con vicende recenti legate al traffico clandestino di reperti archeologici. La riflessione della studiosa si spinge poi oltre la dimensione biografica delle stele, affrontandone il significato religioso e simbolico. Le raffigurazioni di bighe e carri da guerra, spesso accompagnate da scene di caccia, sembrano alludere al prestigio aristocratico e alla progressiva eroizzazione del defunto. Le immagini non celebrano soltanto la sua vita terrena, ma preparano il passaggio verso una dimensione ultraterrena.
In questo contesto assumono particolare importanza i riti funerari. Diverse stele mostrano processioni di donne dalla lunga treccia che avanzano recando offerte verso il luogo della cerimonia. Sacerdoti e officianti accompagnano il rito attraverso il suono della phorminx, uno strumento musicale affine alla lira. I confronti con il mondo greco ed egeo suggeriscono l’esistenza di una tradizione rituale condivisa in ampie aree del Mediterraneo.
Un’altra scoperta significativa riguarda un elemento iconografico a lungo rimasto enigmatico. Per decenni alcuni studiosi lo avevano interpretato come un telaio o una rete per la cattura degli uccelli. Nava propone invece di identificarlo con un particolare strumento musicale, il cosiddetto “sistrum apulum”, un idiofono documentato anche nella ceramica apula di età successiva. Questa interpretazione apre nuove prospettive sulla musica e sui rituali della Daunia antica.
Le stele raccontano inoltre miti e credenze profondamente radicati nella cultura locale. Alcune scene sembrano rappresentare il sacrificio rituale di un guerriero, forse collegato a tradizioni eroiche oggi difficili da ricostruire. Altre mostrano divinità, esseri soprannaturali e creature mostruose che testimoniano l’esistenza di una complessa visione dell’aldilà.
Secondo Nava, i Dauni non si limitarono a recepire passivamente i miti greci, ma li reinterpretarono adattandoli alle proprie tradizioni. Figure come Pegaso, la Chimera e il mostro marino Ketos compaiono infatti in forme originali, inserite all’interno di un immaginario profondamente locale. Analoga importanza assume la presenza della Lamia, creatura mostruosa identificata attraverso confronti con ceramiche greche e racconti della tradizione antica.
L’ultima serie di raffigurazioni analizzate dalla studiosa riguarda un culto ancora poco conosciuto, nel quale donne dalla lunga treccia offrono una conocchia a una divinità associata alla presenza di uno o più uccelli sacri. Scene analoghe sono documentate anche nella ceramica di Ascoli Satriano e potrebbero testimoniare l’esistenza di tradizioni religiose specificamente daunie.
Da questo complesso insieme di immagini emerge il ritratto di una società articolata e consapevole della propria identità. Le Stele Daunie non costituiscono soltanto monumenti funerari, ma una straordinaria enciclopedia figurata nella quale si intrecciano vita quotidiana, memoria familiare, prestigio aristocratico, religione, mito e concezioni dell’aldilà. Proprio questa eccezionale capacità narrativa rende le stele documenti importanti per la conoscenza dei popoli dell’Italia preromana e uno degli elementi più rappresentativi dell’identità storica e culturale della Daunia.



