La poesia dialettale di Nicola Angelicchio, una cronaca poetica dell’anima vichese

VICO DEL GARGANO (FG) – Nel panorama della poesia dialettale garganica contemporanea, Nicola Angelicchio, noto con lo pseudonimo di Lazz-vecchj, occupa una posizione singolare. La sua opera, sviluppatasi nell’arco di cinque raccolte poetiche, non nasce negli ambienti accademici né si propone come esercizio letterario fine a sé stesso. Essa affonda le proprie radici nella vita quotidiana, nella memoria collettiva e nella profonda appartenenza a Vico del Gargano.

Lazz-vecchj si colloca nella tradizione dei poeti popolari autentici, quelli che scrivono innanzitutto per la propria comunità. Il dialetto vichese non è per lui un oggetto di studio o un residuo folkloristico da conservare sotto vetro, ma una lingua viva, capace di raccontare il presente oltre che il passato. Nelle sue liriche il vernacolo diventa strumento di osservazione sociale, di critica civile, di racconto sentimentale e di testimonianza storica.

Uno degli aspetti più significativi della sua produzione è la capacità di trasformare il vissuto quotidiano in materia poetica. La campagna, i vicoli, i personaggi del paese, le tradizioni, gli affetti familiari, le trasformazioni urbanistiche, le feste religiose e perfino le questioni amministrative diventano argomento di poesia. Tale scelta conferisce ai suoi versi un valore che supera quello puramente letterario, assumendo una rilevante dimensione documentaria e antropologica.

L’opera di Angelicchio può essere letta come una sorta di cronaca poetica della comunità vichese. Attraverso i suoi versi si ricostruiscono luoghi, linguaggi, usanze e mutamenti sociali di un paese che cambia senza perdere del tutto la propria identità. In questo senso il poeta svolge una funzione simile a quella degli antichi cantastorie: registra il tempo che passa e ne conserva la memoria.

Particolarmente significativa appare la produzione più recente. Nella lirica in cui immagina di tornare a Vico dopo cinquant’anni trascorsi in Paradiso, contenuta nel volume “4. Raccolta di poesie dialettali e non” , il poeta realizza una delle sue opere più mature. Attraverso l’espediente narrativo del ritorno dall’aldilà, egli compie una ricognizione affettuosa e critica del paese contemporaneo. Osserva le trasformazioni urbanistiche, dialoga con il sindaco, denuncia problemi irrisolti, elogia gli interventi positivi e richiama tutti al rispetto del centro storico. L’ironia e la nostalgia convivono in un testo che assume i tratti di un vero testamento civile.

Diversa ma complementare è la sensibilità che emerge da “A Scorch-“, presente in “Opera 5, il mio dialetto” quinto e ultimo volume della serie. Qui il poeta recupera un’antica tradizione locale legata al dono delle ciliegie intrecciate e costruisce una delicata riflessione sul valore della semplicità. In contrapposizione ai beni materiali, la “scorch-” diventa simbolo di autenticità, sentimento e memoria contadina. È una poesia che dimostra come Angelicchio sappia trovare universalità proprio nelle immagini più radicate nella cultura locale.

Sul piano stilistico, la sua poesia privilegia la chiarezza comunicativa rispetto alla ricerca formale. Il verso segue spesso il ritmo della conversazione e della narrazione orale. I dialoghi occupano un ruolo importante, così come le espressioni idiomatiche e le immagini tratte dall’esperienza concreta. Tale apparente semplicità costituisce in realtà uno dei punti di forza della sua scrittura, perché consente un’immediata identificazione da parte del lettore.

Non va trascurato, inoltre, il valore linguistico del suo lavoro. Angelicchio ha contribuito in modo significativo alla trascrizione e alla diffusione del dialetto vichese, adottando una grafia personale e coerente che ne restituisce molte peculiarità fonetiche. Le sue raccolte rappresentano quindi anche un importante strumento di conservazione di un patrimonio linguistico locale oggi esposto ai processi di omologazione culturale.

La poesia di Lazz-vecchj non pretende di inseguire modelli letterari colti né di inserirsi nei circuiti della grande editoria nazionale. La sua forza risiede altrove: nella sincerità dello sguardo, nell’amore dichiarato per la propria terra, nella capacità di dare voce a una comunità e di trasformare la lingua quotidiana in memoria condivisa.

A distanza di anni dalle prime pubblicazioni, l’opera di Nicola Angelicchio può essere considerata una delle più coerenti testimonianze contemporanee della cultura popolare vichese. Nei suoi versi il dialetto continua a vivere, raccontando non soltanto ciò che Vico è stata, ma anche ciò che è e ciò che desidera diventare.

Particolarmente toccante appare la dedica che Angelicchio riserva a Grazia D’Altilia, scrittrice recentemente scomparsa e autrice delle prefazioni ai primi tre volumi della sua opera:

«Sorgente e miniera
dove attingere
per il mio poco sapere,
diventato,
orfano dei tuoi saggi consigli
che arricchivano queste pagine.
Rimarrai
in tutti noi
con i tuoi scritti
mi mancherà
la tua solarità;
il tuo buongiorno,
ora, è un triste ricordo».

Sono versi semplici, privi di qualsiasi artificio retorico, ma proprio per questo intensamente sinceri. Angelicchio non celebra soltanto la figura pubblica della scrittrice, ma ne ricorda la dimensione più umana: la disponibilità, l’incoraggiamento, la vicinanza quotidiana, il consiglio discreto che accompagna e sostiene.

Colpisce in particolare l’immagine iniziale della “sorgente e miniera”, metafora che restituisce efficacemente il ruolo svolto da Grazia D’Altilia nel suo percorso culturale: una fonte inesauribile di sapere e di stimolo intellettuale. La definizione di sé come “orfano dei tuoi saggi consigli” rivela inoltre la consapevolezza di un debito morale e culturale che l’autore riconosce con gratitudine e umiltà.

Anche in questa breve composizione ritroviamo una delle caratteristiche più autentiche della poesia di Lazz-vecchj: la capacità di trasformare un sentimento personale in una testimonianza condivisa. Il ricordo dell’amica e collaboratrice diventa così non solo un omaggio privato, ma anche un atto di riconoscenza verso una figura che ha contribuito alla valorizzazione della cultura e della lingua di Vico del Gargano.

A suggello di questo percorso poetico, appare particolarmente significativa, nel volume quarto,  la breve lirica “Poesij”, nella quale Nicola Angelicchio sembra condensare in forma quasi aforistica la propria idea di poesia in pochi versi essenziali:

«n-n so sul dù-j- ròigh- scròitt /ca po àna r-c’-tà,/na poesì-j, s-tàù, na poesì-j -jè a vòit-!/Qualunqua còsa fa/tràuv-l- nu mutòìv-, fatt- emozionà!»
(“non sono solo due righe scritte che poi reciteranno; una poesia sei tu, una poesia è la vita. Qualunque cosa fai, trovalo un motivo, fatti emozionare!”).

In questi versi è racchiusa la chiave di lettura dell’intera opera di Lazz-vecchj. La poesia non è un esercizio letterario né una costruzione artificiosa affidata esclusivamente alla parola scritta. Essa coincide con la vita stessa, con la capacità di osservare il mondo, di emozionarsi davanti alle cose semplici, di riconoscere il valore degli affetti, dei luoghi, della memoria e delle tradizioni.

È la stessa concezione che anima tutte le sue raccolte: dalla celebrazione della cultura contadina alla difesa del centro storico di Vico, dall’amore per il dialetto alle storie della comunità, fino ai piccoli gesti quotidiani elevati a simboli universali. Per Angelicchio la poesia non nasce lontano dalla realtà, ma dentro la realtà; non appartiene a pochi, ma a chiunque sappia guardare la vita con partecipazione e meraviglia.

Per questo motivo, le sue liriche non rappresentano soltanto una testimonianza della parlata vichese contemporanea, ma anche un patrimonio di memoria collettiva, di identità culturale e di umanità vissuta. Attraverso la voce di Lazz-vecchj, il dialetto di Vico del Gargano continua a raccontare una comunità che cambia, senza rinunciare alle proprie radici.

Ed è forse proprio questa la lezione più autentica della sua poesia: la vita diventa poesia quando non si smette di emozionarsi davanti a ciò che si ama.

Nicola Angelicchio ha costruito, verso dopo verso, una sorta di autobiografia collettiva della comunità vichese. Nei suoi componimenti il dialetto non è soltanto lingua della memoria, ma strumento vivo di partecipazione civile e di racconto del presente. Per questo la sua opera supera i confini della produzione locale e si impone come una significativa testimonianza della cultura popolare garganica contemporanea.

Hot this week

Cresce l’occupazione in Puglia: boom di richieste nei settori vendite e artigianato

Cresce l’occupazione nei settori legati alle vendite, all’edilizia e...

Ripartono i tirocini dei migranti alla Procura di Foggia: il sogno di Fotso tra inclusione e formazione

Il progetto partito nel 2020 prosegue con il procuratore Enrico Infante si svolge in collaborazione con Medtraining.

Puntura d’insetto a Foce Varano, operaio in shock anafilattico: attivato l’elisoccorso

ISCHITELLA (FG) - Questa mattina un operaio impegnato in...

Rapina in farmacia a Cerignola: tradito dal DNA sui vestiti nel cassonetto, in manette un 28enne

FOGGIA - I Carabinieri della Compagnia di Cerignola hanno...

Topics

Cresce l’occupazione in Puglia: boom di richieste nei settori vendite e artigianato

Cresce l’occupazione nei settori legati alle vendite, all’edilizia e...

Ripartono i tirocini dei migranti alla Procura di Foggia: il sogno di Fotso tra inclusione e formazione

Il progetto partito nel 2020 prosegue con il procuratore Enrico Infante si svolge in collaborazione con Medtraining.

Si chiama Brigitte: a Ischitella forse l’ultimo bardotto garganico

ISCHITELLA (FG) - A Ischitella, nel cuore del Gargano,...

Patto per la legalità sul Gargano: via libera alle ruspe contro gli abusi

FOGGIA - Sono stati siglati questa mattina nuovi protocolli...
spot_img

Related Articles

Popular Categories

spot_imgspot_img