L’iniziativa di Volodymyr Zelensky arriva in un momento in cui il conflitto sembra essersi trasformato in una lunga consuetudine di logoramento, più che in una guerra capace di produrre svolte improvvise. Dopo oltre quattro anni, il presidente ucraino sceglie di rivolgersi direttamente a Vladimir Putin con una lettera aperta che ha il sapore di un appello e, allo stesso tempo, di una sfida politica. Propone un incontro “per mettere fine a questa guerra”, con l’insistenza di chi sa che il tempo non gioca a favore di nessuno e che l’attenzione internazionale, oggi concentrata altrove, non garantisce più lo stesso margine di sostegno.
Il riferimento agli Stati Uniti, “pienamente concentrati sulla questione dell’Iran”, è più di una constatazione geopolitica: è un modo per ricordare che l’Ucraina non può permettersi di aspettare che le priorità globali tornino a coincidere con le sue. Zelensky tenta così di spostare il baricentro del negoziato, sottraendolo alla dipendenza dagli equilibri delle grandi potenze e riportandolo sul terreno del confronto diretto tra Kiev e Mosca. Una mossa che, nella sua logica, mira a togliere al Cremlino l’alibi dell’ingerenza occidentale e a costringerlo a misurarsi con la realtà di una guerra che non ha prodotto i risultati sperati.
Il presidente ucraino insiste infatti su un punto che, per Mosca, è diventato imbarazzante: la mancata conquista del Donetsk. Zelensky ricorda i rinvii “ogni pochi mesi” delle scadenze fissate dal Cremlino e ribadisce che neanche quest’anno la Russia riuscirà a ottenere ciò che non ha ottenuto finora. È un passaggio che non serve solo a galvanizzare l’opinione pubblica interna, ma a incrinare la narrativa russa di un conflitto destinato prima o poi a piegare l’Ucraina. La frase più significativa, in questo senso, è forse quella che riguarda la resistenza: “Non ti aspettavi una resistenza su vasta scala… eppure siamo qui, nel quinto anno di questa guerra”. È un modo per dire che la realtà ha superato le previsioni, e che ignorarla non è più possibile.
C’è poi un altro elemento, più sottile: l’invito a “non avere paura di prendere la strada per uscire da questa guerra”. Zelensky lo formula come un’esortazione personale a Putin, quasi un appello alla responsabilità individuale. Ma dietro questa scelta retorica si intravede un calcolo politico: se il leader russo accettasse un incontro, sarebbe costretto a riconoscere implicitamente che la guerra non è più gestibile come un’operazione militare ordinaria; se lo rifiutasse, apparirebbe come l’unico ostacolo a un possibile cessate il fuoco.


